Madonna Candelora dell’inverno semo fora – Revisionato

Freddo in Italia. Ieri era la Candelora, nevicava, quindi l’inverno è finito.
“Pe la Madonna Candelora se nevica
o se plora dell’inverno semo fora,
se sole o solicello
trenta dì d’invernicello”.
Gli inglesi dicono, o dicevano (qualcuno lo dirà ancora?)

“If Candelmas Day be fair and bright
Winter will have another fight
If Candelmas Day bring clouds and rain
Winter is gone and won’t come again”

Più sintetico in Francia:
à la chandeleur. L’hiver se passe ou prend vigueur

Al Classico, ma con la giusta distanza e autoironia si direbbe:
“Si Purificatio nivibus – Pasqua floribus.
Si Purificatio floribus . Pasqua nivibus”.

Dove Purificatio è il nome latino della Candelora. Una festa di purificazione. A purificarsi  è la Ma-donna – in quanto donna – impura per il parto per 40 giorni (giusti giusti ne sono passati da Natale).
Quaranta ne dovevano passare dal parto per gli ebrei, ma tipo anche per noi una volta e per svariate altre culture, prima che la donna tornasse pura.  Non perché fossero maschilisti, a volerla prendere dal lato funzionale, si riposava la donna e basta. Certo la funzione era quella. Ma che mica erano tutti ben pasciuti come adesso. Il parto era una fatica e a letto la sera non c’era neanche la tv e quindi, almeno questi quaranta giorni. La Madonna che si va a “purificare” al Tempio in realtà al tempio ci va anche per mostrare il pargolo salvatore; così voleva l’usanza. Ogni pargolo doveva essere presentato al Tempio, a Dio, ai sacerdoti, alla comunità. Ma questa è appunto la festa della Madonna Candelora.

Madonna Candelora, sovrapposta, dai furbi cristiani, alla festa della Giunione Purificata romana.  Febronia era proprio il nome che la dea Giunone assumeva questo ruolo di dea della purificazione.  In realtà è un poco più complesso: probabile sia Febronia precedente a Giunone. Che Febronia sia lì da prima, di derivazione etrusca. Fatto sta, che poi si mischiano, o forse siamo noi a mischiarle. E per le donne romane che passavano con le candele per la città, a simbolo della stagione, della luce che tornava, nulla era davvero mischiato. Giunone e Febronia sono la stessa cosa, ma sono anche separate. Accade quando hai tanti dei. Così da candele a candele, si son sostituite le dee pagane per la nuova arrivata palestinese. Ma dovete immaginare che i romani, però, non erano nati tutti con tutto il calendario bell’è fatt,  e tutti gli dei in ordine compiuto: niente sacerdote Indovino sulle pareti di casa. Avevano un fottio di dei che si soprapponevano da quando Roma era capanne di ladri e mezzi contadini, sopra le colline sull’unico ponte del fiume Tevere. Allora Febbrus era anche, tipo, il dio della morte e della purificazione per gli Etruschi, un dio del limitare, dei confini; che stava lì sull’uscio: pure lui che si festeggiava a Febbraio. Del resto, direte, Febbraio, Febbrus: siamo lì. E in effetti… Erano un po’ incasinati, ma forse semplicemente vediamo le cose in così lungo termine dall’alto dei secoli, che non vediamo più i confini. Comunque, per capirci,  Febbrus fu confuso con Fauno (Pan) a cui erano dedicati i Lupercalia a Roma, festa di purificazione, appunto.  A sua volta, Febbrus,  confuso con la versione femminile che arriva sempre a Roma, Febronia. Considerate che Fauno è un dio godereccio, oltre che un dio degli armenti e protettore dai lupi. E i romani erano anche pastori. E che il tempio di Fauno stava sull’isola Tiberina, uno dei passaggi migliori per il Tevere. E giù in “pianura”, a Roma quando non era Roma, era abbastanza paludoso, e c’era la malaria. Per cui quei ladri pastori stavano sui colli. E fate caso che poi, quando Esculapio (dio della medicina) arriva come dio a Roma, il tempio lo fanno lì sull’isola Tiberina, per dire. Per dire che in mezzo a ‘sto casino di dei si vedono i fili di tutto: purificazione, anche dalle malattie (oh, tiriamola un poco: 40 giorni sono una quarantena),  dalle febbri malariche. E poi i riti di passaggio (il ponte sul Tevere, il passaggio stagionale di febbraio) e riti di protezione di armenti dai lupi. Più, buttaci un bel Lupercalia, che è un bel rito di passaggio e protezione e fertilità: finisce l’inverno, quasi, no? Dipende che tempo tira.
L’inverno che esce, la primavera che arriva. L’inverno sterile, la primavera fertile. In diverse parti d’Italia, o meglio in Piemonte e in Puglia, era invece l’orso al centro della discussione; nel sempre chiarissimo dialetto piemontese si diceva: “se l’ouers fai secha soun ni, per caranto giouern a sort papì”. La stessa cosa di cui sopra in poche parole, solo che è il nido (sic!) dell’orso che si secca al sole. E gli orsi (mascherati) poi te li ritrovavi in città e ballavano con tua figlia. Almeno in qualche paese: dove si simulava la caccia all’orso, ci si travestiva da orsi e si facevano feste e si beveva di gusto e ci si scatenava nelle piazze per scordare le zampe rigide dell’inverno addosso. L’orso poi danzava con la ragazza più bella del paese e tornava al nido. In Sardegna proprio uguale. Il carnevale sardo, in Ogliastra, in Barbagia, con Su Maimulu impazzito, la gente che lo caccia, lo prende a nerbate e lo trattiene con le catene. A protezione degli armenti e delle donne alla fine no?

Ovidio racconta che i Lupercalia nacquero dopo un periodo di infertilità: i romani andarono nei boschi disperati, da Giunone che rispose che le donne dovevano essere penetrate da un caprone – Fauno cos’è? Un caprone e Fauno, povero è anche, il dio dei boschi. Ovidio già ci butta una Giunione posteriore in mezzo. Si spaventano, i romani. Ve li immaginate? Bisogna consegnare le donne ad un caprone? Ma poi un augure interpreta bene e uccidono un caprone e ci frustano le donne sulla schiena: infertilità finita. Alla fine le donne ci rimettevano, chiaro. Ma tenerle sotto controllo era troppo importante per questi uomini deboli. E i Lupercalia si svolgevano proprio così del resto: (http://it.wikipedia.org/wiki/Lupercalia).
Ma quindi così che la Candelora aveva a che fare anche con Carnevale: non ci avete pensato? E le feste, e i balli. Si purifica, si protegge, ci si cura dalle malattie e poi si balla.  L’impurità si scacciava via a volte proprio così, diventando impuri, perché prima ti sfogavi, ma poi arrivava il mercoledì delle ceneri e dovevi dimostrare di essere in grado di trattenerti. Che il vero uomo è colui che conosce i propri istinti e li sa dominare: come domine le bestie, i lupi  e il bosco, l’animale che tiene dentro sé. Alla purificazione e al Carnevale ci sarebbe quindi da sommare anche il rapporto fra l’anima e il corpo, fra uomo e animale per la Candelora. Davvero tanto per una Candelora sola a pensarci bene.
In certi posti l’orso lo scannavano a dire il vero. Braccato dai cacciatori, era infine ucciso (simbolicamente) lo sventurato travestito da orso, con sommo gaudio del paesello. Così oltre al Carnevale, al rapporto uomo/animale e alla purificazione, fra i vari temi della Candelora si aggiungevano anche un bel capro espiatorio e un sacrificio propiziatorio, il tutto condito con una bella violenza di gruppo: come ieri così oggi il miglior collante di ogni comunità fraterna. C’è sempre un colpevole che è impuro, c’è sempre una purezza. Lo sforzo qui è immaginare una purezza diversa dalla nostra. Non c’è impurità perché si è peccato. C’è impurità perché si è rotto l’equilibrio.  Ed era davvero una bella festa questa del 2 febbraio, si beveva e mangiava, si guardavano i nidi degli orsi, si purificavano gli istinti bassi dei ragazzotti e delle ragazzotte intensificandoli, si cercava di ingraziarsi la natura per il nuovo raccolto di figli e di grano e si ammazzava (simbolicamente) in allegria. Poi non è rimasta che la filastrocca. E mentre noi avevamo gli orsi, negli USA usavano la marmotta. Ieri era infatti anche il giorno della Marmotta. Giorno famoso grazie al simpatico film con Bill Murray: Ricomincio da Capo. Siti e social ormai se ne sbattono delle filastrocche e degli orsi e delle bevute; ci hanno propinato una marmotta indecisa sull’uscio della sua tana. In fondo siamo lì, stessa situazione una versione riadattata, si dirà. Secondo me no. Ed è una triste conclusione per una bella festa.

Della Madonna candelora resiste una bella tradizione in quel sud Italia cattivo e terrone e maschilista. A salire sulla montagna di Montevergine, dove c’era un tempio di Cibele sono omosessuali da tutta Italia. Si chiamava la Juta dei femminielli. Leggenda medioevale vuole che i simpatici abitanti delle montagne irpiniche avessero condannato due amanti omosessuali, colti sul fatto, ad essere legati al’albero e condannati così a morire fra fiere e gelo. La Madonna di Montevergine, già santuario importante, fra i più importanti del sud, li avrebbe soccorsi e liberati e salvati. Da allora salgono  il giorno della Candelora ad accendere candele e rendere grazie alla Madonna. Il fatto è che già nell’antichità c’era un tempio alla Dea Cibele. Cibele era una divinità orientale, ma arrivata qui nel primo secolo, soppiantando e ricoprendo le varie dee madri, dee della boschi e della natura selvaggia. Aveva affianco un leone o un leopardo o una coppia dei due del resto, ed era, appunto la dea della natura selvaggia. La sua storia nella mitologia greca è affiancata, ora per esserne la madre, ora l’amante, ora ambedue, di Attis a sua volta legato ad un ermafrodito Agdistis, figlio di Zeus che in una versione del mito era innamorato di Attis e lo evirò. Comunque vada, l’evirazione è associata al culto di Cibele. I Coribanti in effetti si eviravano, alcuni, al culmine dei riti orgiastici delle feste per la dea (sempre di passaggio: equinozio primaverile) con delle pietre. Santa Febronia, che è una delle derivazioni della Februs latina di cui sopra, soppianta fra l’altro un culto della dea Cibele a  Palagonia, dove la spaccato o’ pignu la spaccata della pigna, riprende alcuni momenti di questo culto. Dove il pino e la pigna (Attis si era ucciso sotto un pino, per cui è albero sacro a Cibele) erano cosparsi di sangue e poi (essendo pianta sempreverde del resto) festeggiati, come a Palagonia per Santa Febronia,  perché erano simbolo della resurrezione di Attis. Fatto sta che i Coribanti si vestivano si truccavano con colori sgargianti. L’ermafrodito, il travestito, era ritenuto spesso – non sempre – al limite fa due mondi, capace di essere uomo e donna allo stesso tempo. E gli stessi canti dei Coribanti si svolgevano in modo non troppo dissimile dai canti che, durante la juta, si svolgono ora: tamorre, canti , balli  e tamburelli. E come ha detto Vladimir Luxuria a Repubblica, dal 2002 presenza fissa alla festa con richiami “mitologici” non voluti:  “Dal 2002 tutti gli anni io vengo a Montevergine. Ormai è un appuntamento annuale, incontro le mie amiche, con le quali entriamo dentro, assolutamente in maniera rispettosa della chiesa, guardiamo dritto negli occhi della Madonna, la Madonna guarda dentro di noi, dentro il nostro cuore, non si interessa dell’involucro che lo contiene e sono sicura che le nostre preghiere vengano ascoltate”

Nel 2002 il parrocco redarguì  gli omosessuali arrivati per la juta, durante l’omelia.  Erano come i mercanti nel tempio e se ne sarebbero dovuti andare. Il povero parrocco si è attirato la maledizione della Madonna, di Cibele e ora ne arrivano più di prima. Ne fanno un festival, ed è diventato simbolo ancora più forte dell’orgoglio gay.
Programma di questo anno 2017 : http://www.napolidavivere.it/2017/02/01/juta-dei-femminielli-montevergine-la-processione-della-candelora/

Programma 2014.

http://www.i-ken.org/candeloraday.htm
http://www.i-ken.org/candeloraday.htm
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