Ritratto degli eroi da giovani – L’Etiope

Ha abbandonato dei vestiti in una borsa, un ragazzo etiope. Stanno in un sacco nero. Sono sotto un mobile. Non l’ho più visto. Perché io entravo, era settembre. Lui lasciava l’appartamento, invece. Voglio essere molto chiaro. Sapevo solo che la borsa lasciata lì era sua. Ma io l’Etiope, non l’avevo mai visto.

È stato il simpatico ragazzo con il barottolo di funghetti allucinogeni sul mobile marrone fluo d’anticaglia, mai stata davvero antica, accanto alla porta, è stato lui a dirmelo! Doveva farmi vedere la casa, ma si premurava piuttosto dei funghetti “che si va in Messico a testarli: magari con la mia ragazza vado lì, tiriamo su una piantagione di”. Eccerto. Buonissimi. E poi sì, aggiungeva, “sì! mi intrippa l’etnobotanica”. L’approccio sincretico alla mescalina prevede, a sentirlo, che sincreticamente puoi abbandonare la parte sciamanica dei poveri messicani e sordinarla con lo zapp zapp delle zappe dei denti che parlano di Messico in sogni bagnatissimi: come un biocontadino biofantastico di champignon mariachi che ballano al suono delle tue attese.
E solo alla fine del suo approccio ai funghetti, mi ha detto: Viene un etiope prima o poi. Sì, è un ragazzo etiope. Viene questo etiope e  prende queste cose qui: indicandole.

  • Ah, beh! Sì, sì! Che problema c’è?

Insomma mi dice che avrebbe preso le sue cose. In un mese torna. Poi è tornato a parlarmi di allucinogeni e di etnobotanica. Anche lui avrebbe lasciato la casa. Si portava via tutto. Niente barattoli per viaggi messicani per i nuovi inquilini.

Così il borsone dell’Etiope restò dove ci era stato indicato: sotto il mobile, inutile, da camera da letto di vecchia signora con pochi soldi, che era la sala attorno a cui c’era la sala, l’ingresso e l’avanticamera, di camera mia.

La stessa camera dell’Etiope.

Prima ho detto che c’era un sacco nero. Poi ho detto borsone. Magari molti di voi non si sono accorti. Comunque c’è un motivo. Non ho sbagliato. Ero attentissimo. C’erano un borsone e un sacco nero. Solo che il borsone era in un cassetto del mobile. Il sacco nero no. Il sacco nero era stato messo sotto il mobile. E lo dovevamo spostare per pulire.

Quando viene l’Etiope? L’avete sentito? Ce lo siamo chiesti spesso. In quei giorni almeno due giorni a settimana. Non era tipo che si mostrasse facilmente. Pensavamo abitasse molto lontano. Trasferitosi in qualche avamposto europeo tecnologico. L’etiope poteva essere a Bruxelles? Poteva essere cameriere a Londra? E poi cosa c’era dentro il sacco nero?

Il sacco nero fu il primo ad essere saccheggiato. Ne trovammo:

una tovaglia da thé, suppongo etiope.

una serie di calzetti di lana

un oggetto di plastica senza funzione precisa

una maglietta sporca

La tavoglietta da thé era cerimoniale. Divenne cerimonia per un banchetto per i piedi. La maglietta tornò nel sacco nero. I calzetti pure. Tutto ruotava intorno al borsone. Non sapevamo cosa ci fosse. Aprivamo il cassetto. Prendevamo le altre cose che conteneva: colla, utensìli, e maneggerie varie. In pochi giorni arriverà a prenderlo. Così disse uno dei coinquilini, a metà inverno. Ho incontrato il tipo dei funghi, aggiunse: mi ha detto che è fatto così. Il tipo dei funghi aveva un nome. Un nome che non posso fare, però. O arrivereste all’etiope, ormai. Noi comunque vivevamo. E ci chiedevamo come un etiope potesse lasciare un borsone a casa d’altri, così, incostudito. Incurante del tempo che passava. Che non gli serviva nulla? Come viveva quest’etiope? Ed era davvero etiope?

Il ragazzo dei funghi lo incontrammo altre volte. Credo, per la precisione: 4. Ogni volta, lui aveva appena incontrato l’etiope, e avevano parlato del borsone: roba di giorni, e passa. Nessuno menzionava mai il sacco nero. Il banchetto sarebbe stato salvo, pensai.
Quando aprivo il cassetto, pensavo al borsone e tenevo in testa una musica. Chiudevo il cassetto e la musica era ancora lì.
Spesso aprivo il cassetto di scatto, per stupirmi fosse ancora lì. Guardavo la borsa.

Chissà cosa c’era dentro che non avevamo preso. E se fosse stata vuota? E chissà cosa aveva L’Etiope nelle borse che si è portato via. In quelle che non ci ha lasciato. Domani verrà a prenderla, sicuro.

Poi facevo altro.

L’attesa finì d’improvviso. L’Etiope arrivò. “Mi ha mandato un messaggio, arriva il ragazzo Etiope”. Non abitava lontano. Stava dall’altra parte del canale rispetto al mio sestriere. Niente Londra, al massimo Dorsoduro.
Gli avevo rubato un paio di jeans da quella borsa. Erano stretti e chiari. Stretti in fondo, al polpaccio. La marca era diesel. Come non ne fanno mica più. Ma io non ero a casa. C’era un altro coinquilino. Non vidi mai l’Etiope che si prendeva la sua roba. Avevo pure indosso i suoi jeans quel giorno. Prese le cose senza neanche starci a pensare. Salutò. Uscì con il borsone.

Non c’era più niente dentro il cassetto. Così cominciai ad attendere la fine dell’estate.

Ci chiedemmo spesso perché tutto quel tempo avesse lasciato il borsone lì. Poi a pensarci bene, fu strano. Io feci quasi la stessa cosa. Vi passai un’estate, dopo quell’inverno ancora in quella casa.  Poi me ne andai. Per un anno alcuni vestiti erano dove non ero io. Lasciai dei vestiti a casa di amici, quando lasciai quella casa. E speravo che qualcuno si chiedesse quando sarei venuto a prenderli.

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