Storiella de’n’viaggio’de’ritorno e de na mezza primavera de maggio. (prima parte)

M’ero disposto de volé partine. M’ero disposto de gran lena a volammene via: lanciamme alle spalle, de rietro tutte ste chiacchiere; che dintro, affonno al core niente me risonava: niente scalfiva il suono corretto; le parole n’erano che secche. S’erano crepate, se frammistavano fra loro. Non a mischiasse: ma a scontrasse come coccje.
Ve immaginate de parlà ‘na lingua antichissima, come n’muro de mattoni grossi, de avè imparato ad usalla: e de non saper più cosa volesse dì nessuna parola? Come se un fjo avesse tolto, impaziente, avido, tutto il cimento grigio fra n’mattone e quell’altro. Stava lì per tene l’altro mattone fino a ieri! E mo? E mo n’do sta?

– Oh, ma che stai a dì? Non te capimo!
– L’hai troffato, sbudellato? So come ntrufolato, argopizzigliato de rientro na corpola mezza de latta, dietro na piretta ma senza parlimoni. Me gogrofizzo, me sparallelleasse; me magnasse: niente. Merli quadrani, bruttalli, ruggiani. Tutti! Tutti Balordi! Gira la volta, gira la strada. Gira la volta, mettice na cascata.
E più mi sforzavo, meno questi capivano qualcosa.
Dovevo sembrare un essere sgrufulante, un misto mostroso de vagabonni..

Me c’ero disposto, perché se sa, se sa come vanno a lo mondo, al monno, le cose. Non se sanno da sempre? Quanno mai non s’è detto che vanno così? Così come? Così come? me chiedevo appunto.
Sarà il sole fra l’argilla e le piante a seccane grani e teste, a seccane le speranze e le offerte a fa così il monno? Me chiedevo, appunto.
Ma volevo pja, gì via, pe’l mare lontano, buttamece dentro al’mare, affonno, co tutte le pietre scalfite che c’evo, e chiudemmece, riempille ancora, chiudemmece de più. Arcoprì: finestre, arcoprì le porte, arcoprì le buche, arfà il tetto sotto il mare, in mezzo ai tonni che portano fiori dall’abbisso alle belle che s’affacciano dalle barche, in mezzo ai pesci che sanno tutto, che portano ai cristiani le rotte giuste: “questa stella messeri di un tempo dovete seguire. Le stelle se muovono! Non è più quella giusta. La prima a sinistra. Sempre in fondo. Seguite a me che sguazzo”. E parlacce coi pesci, e parlacce coi tonni, e faje vedè ste fondamenta instabili, sto tetto sfonnato. Sapienti di tanti mondi strani, voi lo sapete perché ste due travi non tegnono? Non c’hanno forza? Ah, non ce sta niente da fa. Non c’hanno la resistenza che a due travi è richiesta. So marce. Non tengono su, come possono tenere lì, dove il sole non secca nulla? Dove non si parla la tua lingua.
Capirete, volevo imparà a quelle lingue strane. Addivenire esperto in mille magheggi, in mille e ancora mille sperimenti, e allorquando lo fossi stato, dico esperto, artonnammene, do steva casa. E provà a vede se me capivano, se pensavano: ah, ecco perché se n’è annato. Ora c’ha senso questo. C’ha senso al monno de stacce sto cristiano. E invece:
niente.
Arrivai n’sacco lontano, oltre il mare profonno, tutto ricoperto de mattoni grossi, arrivai in terre do mammanco lo sanno che è un bicchiere de vino. Do’l’sole sta più storto. Dove sembra grosso, callo, infinito in potenza, infinito in calore. Come bruciasse davvero: te pareva de sentì le fiamme crepità de quei soli de quei monni lontani. Che avevano altre parole pe chiamasse, pe chiamallo il posto intorno a loro, e non era lo stesso. No, non annavano le cose lì, al monno, le cose come erano sempre annate: annavano diverse. E potevano andà anche in quel modo, me dicevano. E ce se credeva perché il monno girava pure lì. Me ce trovavo come? Eh, beh, bene. Fra quegli unguenti strani, quegli odori de porto, de fiori che manco sui campi più lontani avevo mai visto, su quei piatti pesantini (c’è da dillo), ma boni, su quei dolci che erano proprio dolcissimi, fatti de dolcezza prima che de farina.
Imparai altre cose de me, cose che non immaginavo. Coraggio che non avevo, parole che non me facevate dì. Le persone me dicevano cose nuove, e il monno sembrava andare sempre più largo, fare giri larghissimi fino a rimpicciolire ogni cosa, ogni cosa addiveniva più piccoletta. Ogni posto prendeva loco diversamente, gli oceani mari, le città villaggi: di fronte a quel monno, sempre più largo. E io sempre più ingrossato fino a scoppià de tutte quelle cose, sempre più fitto nel cervello le malte e i mattoni di case costruite in modi così diversi, che dal tetto si poteva entrare e dalle fondamente si vedeva il panorama. E le finestre, sì le finestre, tenevano in piedi la casa. Sì, c’erano monni in cui guardare fori dalla finestra significava far star in piedi la casa. E non pe guardà i fattacci de quell’altri. Non per dije: “oh, il monno va così! Va così! Non potete fallo girare diversamente!”
E poi torno. Torno perché bisogna tornare. Perché se fai un cerchio, poi ricapisci da dove sei partito, perché eh , poi arparti. Perché ero un cristiano: fatto; finito. Lo potevo dì! Ah! Se lo ero! Lo ero ben conosciuto, arconosciuto dall’esterno.
Me sbagliavo, pensavo bastasse sape parlà, sapè esse diventato n’po meglio. N’po più cristiano nel risponne, fatto esperto de le cose del mondo, fattome qualcosa più che qualcuno. Dico: saprò parlà, saprete capimme. Dico sarpò da n’senso alle parole che dico. Non sembrerò più parlane strano. Sarò alto, tant’alto da salì tutti gli alberi de tutte le belle?

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