Ritratto degli eroi da giovani – Great Expectations (secondo tempo)

Le grandi aspettative sono come le sciampiste: si offrono a tutti. Poi spariscono. Ma ora tutti avevano delle great expectations, ora tutti aspettavano ancora qualcosa di Valeria. Che Valeria tornasse. Santoiddio, Valeria, torna fra noi. Era questa la domanda isterica, howling but not glowing. Sì perché nel frattempo tutto quanto il giornalismo si era occupato, come piccole gazzette lagunari, della sua vicenda. Poi l’interessa se ne era andato. Valeria comparve sulle pagine del giornale fino alla scomparsa delle breaking news: forse nello stesso posto in cui si trovava Valeria.

In capo a due settimane del suo fading via nel nulla non era rimasto nulla. Neanche all’università che qualche piccola preoccupazione all’inizio se l’era tenuta. Fu una buona pubblicità l’attenzione, paradoxically, alla vita universitaria della a  me missing Valeria; e l’ufficio stampa accademico pressò perché si tenesse in considerazione che Valeria era, è, sarebbe, una studentessa!, ah sì, ah come, certo: brava!. E spingere chiaro, spingete dall’ufficio sui giornali eh, per sottolineare le cose che possiamo offrire; come fosse un piccolo welfare state autonomo in vendita l’istituto faceva marketting di sé. Comparivano sui giornali attraverso la sua scomparsa diversi gadget: psychologist, attention tutor; e da lì a piccoli steppppppps fino a, alle borse di studio crebbe l’attention whore sui giornali, whoreggiando per vendere piccoli posti per terra per piccole lezioni e drammi morali di nuove Valerie piene di great expectations, che diventavano vecchie baldracchini da immolare per nuovi clienti, consumer, customer in costume da studente/ssa a tirare il tocco a campo San Marco e così via fino all’implosione finale.

Ma in tutta la pubblicità e un mattino 5 e some white anchorman,  accorati già con i fardelli dei drammi di mezza italia, che raccontavano ogni giorno sempre con la stessa tristezza, mai più!, nevermore cose come questa incredibbbile, nuove sperticate rivelazioni di drammoni; like non fosse un accumulo la tristezza ma potesse scivolare e rinnovarsi: il tempo passava. Quei piccoli burning men e women dalle tv di stato e pagate dallo stato immolavano la violenza e la tristezza, agnelli e capretti a carettate di tragedie. Valeria fu un bell’agnelletto, ma bruciò presto. Valeria come fosse “i like ike” venne pronununciata: e de spietato mondo dell’infotainment come sempre: mangiò le ossa dei cadaveri che divengate piccole lacrime negli occhi di chi guardava, consolavano lacrime grandi a forma di trave. Così Valeria fù risucchiata per soli 5 giorni, povera, neanche buona per una settimana; e almeno di consolazione fù alla signora Vanessa di Poggiodermone, o alla piccola Paola mentre ci faceva i compiti sul MCD delle medie e le frazioni; una frazione di vita illusa che le frazioni servissero a non frazionare le giornate poi di rimpianto eternizzato (perciò vissuto, perciò come ogni rimpianto vero normalizzato: accettato e digerito con piccoli rutti serali), Valeria fracking le brutture dalle vita e le fece saltare in aria, per 5 giorni, e alla piccola Paola che cercava i denominatori comuni, per 5 giorni fracking via l’idea che il peggio potessero essere le frazioni.
Ma le frazioni erano la cosa peggiore del mondo, e in un mondo normale, in un mondo in cui Valeria ed io avessimo avuto solo il toccarci, touching e licking la pelle come fossimo strofinacci su pavimenti sporchi, con la stessa intensità e ruvido muoversi, e non queste ridicole bombe d’acqua e gas nel terreno conficcato del cervello a farci esplodere la scatola, a inzupparci e gasarci di buzzo buono verso la vita che doveva essere bianca come uno spot della mela frazionata, le frazioni, in questo mondo, non sarebbero esistite e Paola avrebbe potuto frocking da sé e Valeria sarebbe qui con me intera. Non sarebbe stata divisa per le attenzioni di tutti.

In capo ad un mese solo rapidi aggiornamenti. Nulla più.
Mi pentii di averla voluta intera, e mi trovai come uno speckling guardandomi allo specchio, quando nessuno la curava più. Ero un intero  un dot, un dotcom di nulla, un sito senza 404 neanche, una macchia nello specchio, ed ero Valeria che scompariva anche in me. Mi sentivo in colpa ma mi seccavo a pensarla. Mi seccavo, ero sicking di formarla nella mia testa per masturbarmi: mio supremo omaggio a ciò che avevo perduto; sicché mi trovai a neanche odiarla: saltai un piccolo ponte fra l’odio e lo stupore: mi annoiavo già. Tutti si annoiavano a parlarne, i tutti, amici che ancora ne accennavano, accendevano achlyostatici buchi di cose immutabili ormai: vabbe Valeria tanto, era scomparsa, tanto. E poi arrivava il Carnevale, tanto.

Tanto fece che arrivò per i campi pure il carnevale. L’anno era quaresimale anche durante il carnevale. Una quaresima anticipata dalla crisi, dal comune in bankruptcy. Qualche festa in campo non c’era: si sperava in una festa illegale, oppure in improvvisate in caseggiate sparse, in qualche alcolico ritrovo contro le forze del debito. Come piccole sanguisughe, preti e debitori e partiti politici avevano deciso di impedire qualsivoglia divertimento. I nostri desideri ciarnaleschi erano impediti, tramutati e sputacchiati, venivano frustrati piccole possibilità di innamorarsi, il gioco di vomitare quel delirio di sogni, pulsioni e buchi, little black holes, nella trama dei nostri destini mal progettati. Anche a carnevale il tempo passava e lo passammo più a mangiare e bere che ballare. Una sera però  ci si riappropriò del bene che era nostro, un buco di presente.
C’era molta gente. E ballavo anche, sotto al palco, avvigghiandomi ad una titties biondina sul perché non mi riguarda. Stavo lì che quasi mi chiedevo perché avvinghiarmi, se domani ne valeva la pena ed era meglio divertirmi con gli amici e morta lì, insomma, beh, stavo lì a smaggiarmi e omaggiare la mia carne. Intorno urla, canti e risa, qualcuno che correva, altri che saltavano, altre discrete vagonate di gente che spettava il giudizio universale per non smettere, una folla di piccoli debitori così pieni di debiti che non avevano che null’altro che spendere ancora il tempo per non aver più tempo per ripagare alcunché, perché, diciamolo, di lavorare non s’aveva voglia, e non si sarebbe mai lavorato e guadagnato da ripagare così tanti deb… poi vidi Valeria.

Una mezza maschera, fra le altre, fra borghesi, pantoloni, barbanera e piccole eduli. Sicuro. L’avete vista no? Ma chi? Sei matto? Scansando gente, scansando la testa. No. Non è lei. Poi la vidi. Ancora. Comparirmi poco lontana. Era da sola. No, vabbe. Ma è lei. Poi ancora, secca, liminale, quasi stecchita, lenta, quaresimale. Una lisca in procinto di salpare. Seccata quasi, legnosa, acclimatata con un sorriso alla festa. Beautifull. Piena di sé. Mi compariva. Allungai le mani, lei era di schiena, una botta da dietro, mi giro, distolgo e mi rigiro troppo lento e ancora la sua faccia, più lontana, e allora inseguo. Mi catapulto, scivolo, accoppo gente, saluto, dove vai? Scusa eh, ma lei ancora, si ferma. Mi sorride, poi giro in tondo, continuo a girare in tondo, a circular way, a long way to my last steps, ancora uno, ancora il passo, il piede nel luogo che avevo pistato, e ancora lei che steppa un passo lento di danza più al centro. mi chino a raccogliere il telefono che salta, e ancora giro, e ancora ripisto le stesse persone, ma che fai? ma perché non ti fermi? e ancora giro ballando, dancing a little bit my belly, haunchly le ossa sue mi distacca ancora. Si fa più lontana. Si fa più staccato il mio danzare da quello degli altri, ma sposticchio le ossa a ritmo interno dell’ansia che sale, mi sembra muovere i capelli Valeria, faccio cadere la bottiglia di tinto vino rosso in plastica, mi scollo, mi scuoto, torco le spalle per fare un passo per prenderla, ma non c’è mai. Mi piace e continuo a girare. Sento che non vorrei altro che raggiungerla, ma ora è qui, è quasi mia è quasi alla mia mercé, mercede mia, ma non c’è mai qui marcatamente mia, dalle mani al ritmo di questa serata, in circolazione, e sono eccitatissimo dall’averla.

Si ferma, si gira. La guardo, mi fissa. Non è lei.

Esattamente un mese dopo Valeria tornò a casa. Era scappata. Nessuno di noi la cercò o la vide. Non tornò mai a Venezia. I giornali si aspettavano chissà che storia. Era solo stata a fare la cameriera in Germania per campare. Lo fanno tutti, capirai. Se ne stette al paese. Secca, ferma, impalata. Prosciugata come i fiumi quell’estate. Non era rimasto nulla di lei, neanche la sua storia.

howling but not glowing: lamentoso, triste, ululante ma non brillante, raggiante.
whoreggiando: adattamento, da whore: prostituta. Qui per: facendo la puttana.
“i like ike”: slogan usato dai sostenitori di Ike Eisenowher durante le elezioni del 1952 negli Usa. Poi spesso citato come slogan politico per eccellenza. Analizzato anche dal famoso linguista Jacobson.
MCD: massimo comun divisore (somari)
fracking: frazionamento idraulico. Si inietta un fluido per rompere il terreno e raggiungere petroli o gas “nascosti” nel terreno. Molto in voga e molto contestata in questo momento.
haunchly: calco dall’italiano: ancheggiando (in inglese wiggling, ma anche swaing; to swing il verbo)
sicking: sick è anche incitare ad atti ostili oltre che sick: malato. In questo caso è come se lui fosse malato, stanco e ostile. Quasi che questa sensazione lo rendesse arrabbiato e malato allo stesso tempo.
speckling: Speck sta per un piccolo punto luminoso o colorato; speckling è: punteggiato.
fù; beatifull: sono volutamente scritti male.
achlyostatici: composto (neologismo). Achly- in greco è legato ad oscuro (nebbia in greco moderno), statitico sta per statico naturalmente e achliostatico sarebbe qualcosa di nero, oscuro e bloccato, neanche più in vita, fermo nel suo essere oscuro.

Tutte queste scelte lessicali sono frutto di un lavoro cosciente. Non sono messe a cazzo di cane. Ho seguito due logiche nella ricerca e nella creazione di queste: una legata ai suoni e l’altra legata al significato. Ho scartato quindi, tutte le parole esistenti che non “suonassero” (letteralmente) bene.

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