Ritratto degli eroi da giovani – Great Expectations (Primo tempo)

The new incredibles Great Expectations che danno forfait al caffé al pomeriggio. Sui divanetti imbronciati pieni di birrette e architetti. Le bellissime grandi speranze, le secchissime sue mani, le bastonose scheletriche gambe, due punti, due fili da qui a. A fino al completo nero di tezenis, preso ieri, che ieri c’erano i saldi. Non camminava: gesticolava con clamore le gambe. Caricava ogni singolo passo per nasconderlo e scandirlo. Sembrava in effetti molto sicura di sé, ma anche il suo esatto contrario. Era un misticheggiante chiassoso miscuglio di possibilità Valeria. “Cosa sarà Valeria?” era la questione che si chiedeva più spesso. Oltre a: “carino, chissà che fa”, “antipatica, ma che belle scarpe, chissà dove le ha prese” si chiedeva a se stessa questa cosa. Sinceramente non si formava nella sua testa la sonorizzazione di: “cosa sarà Valeria?” come di “che palle questo!” o “ho bevuto troppo?”; perché accidenti, a chiederci queste cose, non funziona così. Perché c’è sempre, questa, questa, calorosa, accattivante domanda alle nostre spalle quando ci pensiamo. Ma non è una parola in qualsiasi lingua. Se si ha presente, it’s more like una great expectations: non solo continuo accatastarsi di una voce unica che suonicchia cose strane e click clock, click clock, si aspetta che noi le facciamo. There is something more than that, there are, mmm, the great expectations: sort of chefly, diffuso nell’ambiente, feeling inside your mindly blowly skull che chiede: is expecting. Questo more, che cloccka incessante le ore all’interno del teschietto che regge le tue decisioni e il bel viso di Valeria – scavatissimo, diggato a palate ma retto, appoggiate le guance, sunken, depresse su due occhi marroni tendenti all’oro – è sommamente overweening ambition. Anche se l’ordine è secco e composto e alfabetizzato: “mi stanno da schifo questi capelli”: la reazione non sarà mai all’altezza delle speranze. Si sbaglia a valutarci l’atmosfera che abbiamo in testa. E Valeria qualche pomeriggio lo passava serenamente avvolta dal pellicciotto, stretto stretto, acclimatato le sue piccole spalle camminando fra una lezione di Russo e una di Inglese. Studiava lingue. Non era sciocca. E non concludeva mai nulla, eppure era in buona autonomia con gli esami. La sua secchezza la portava ad avere, pur restando piacevole allo sguardo, accatastati tutti i denti quando sorrideva. Dai, si dice, Valeria dai, una botta, però sembra un po’ un cavallo. Quei denti allargati, gli incisivi sporgenti, prominent: peacock. Non erano storti. Ben dritti, non erano dei denti acciondolati a casaccio. Erano denti belli sani. Bianchi. Cadaverici, milkosi come cioccolate bianche scartate sotto l’albero. E quindi quando sorrideva,  a me, could I?, facevano stranicchiare, e perciò li guardavo. Per evitare di guardarlo le guardavo le gambe secche, steppate da calze sempre sexi. Bang. L’effetto di Valeria in me era Bang. Mi ritrovavo spesso ad immaginarla. Gash in mezzo alle gambe, spazientito, delicato: rosa. Non sapevo di che colore fossero i capelli, aveva uno shatush, uno sciatusc, che partiva dal castano ammischiandosi con il biondo oro, poi c’erano cascami d’occhi e poi le labbra, ah sì, che erano grandi, poi era già nuda, me you nasty girl. Valeria non sapeva cosa cazzo fare  della sua vita, dei suoi studi. Valeria,  voglio dire, faceva letterature straniere, voglio dire, Russo e Inglese. E allucinata al mattino sentiva la voce, ma non affastellata e semplice, o intelleggibile, lei non spiccava voli pindarici in questa situazione, niente spelling di azioni da compiere, di tentativi: era più simile ad un cnocchioso continuo martellamente d’ansia: più una nebbia d’atmosfera. Un motivetto. Un vaudeville senza tante parole. Aveva aspettative. Ma certo. Aveva qualche espettorata necessità di una vita che fosse fuori dall’università. Ma cosa era un futuro: definiscimi futuro: Valeria hai un cane, un marito, dei figli nel cassetto. Tutti nei cassetti ordinati dell’armchair. Murati vivi nelle solide immagini del futuro. Valeria, questo lo sapeva, she’s not stupid, she wasn’t dumbdumb, il futuro è molto più solido e incacrenito nelle sue durezze del passato. Il passato è in eterno mutamento a seguire il presente. Il futuro si concede attimi più lunghi. Al futuro puoi fare un ritratto: il passato in foto viene mosso. Ma Valeria nella testa sul futuro aveva solo questo: gloria futura. Ma per fare cosa? Nel fare cosa? Quale poteva essere il suo futuro? What’s the next? Un mestiere: almeno uno. Un mestiere con le lingue: saper fare di tutto e non saper fare nulla. Vendite all’estero. Vendite con l’estero. Vendimento di se stessa. Turismo? Sapeva avrebbe fatto qualcosa. Ma non sapeva ancora cosa. Per cui me  lo diceva quando la sera ci provavo come fosse l’ultima donna di tutte le calli della laguna: non lo so. Non molto di più, sincerely. Ecco  è qui la difficoltà di Valeria, il suo essere secca. Se lo portava appresso. Io la vedevo e timida avrei detto che avrebbe fatto cose. Le calze, le scarpe con il tacco, le spalle piccole piegate poco in avanti, i passi, le lezioni, l’università, gli esami e suoi genitori contenti, le lingue, studiare a Zattere in biblioteca, la sigarettina davanti alla Giudecca, i testi d’esame ben sottilineati, qualche piccolo spunto di riflessione, un ex ragazzo, un sorriso curioso, la faccia bianca alla lezione delle 8.30, ancora esami, gold in her eyes but: having gained nothing. Comunque dicevamo che volevo proprio andarci a letto. E una sera dopo, un mezzo appuntamento, un mezzo sorriso meno velato. Dicono che forse era interessata. Ma nulla quella sera. E allora domani ci si vede. Sì, diceva anche la sua amica stanca. Dai domani, Vale, please, I beggggghiu. So tired she, poor little whore friend. E allora domani, sì che tanto c’è il mio compleanno e usciamo, domani serata! Si beve. Per forza. Per forza. Vale ci sei? Sì, sì, Alessandro, te l’ho detto te la porto. Sì. Ciao. Vale. Fatti baciare. Secca al tatto, ma l’amica, per quanto le mani si toccavano, l’aveva resa distaccata, la mani slack off me. Per cui la sera dopo l’aspettavo. Dov’è Vale? La cercavo. Era prima con noi. L’amica: sì, era qui. Dove è? Ma dove è Vale? Vale? Vale? E la si  cerca per il locale, fuori nel campo nebbioso e freddo e, as always, freddo, ma dove è Vale? Non si trova più. Tutti sanno che c’è. Ci deve essere, c’era, era qui, 10 persone, 15, tutte dicono così, “quale quella con lo sciatù?”, sì Vale, Vale la chiami? Chiamala non risponde. Sarà andata con qualcuno: rassegnato: poor lonely boy me. No. No. Ti aspettava. Me l’aveva detto. Eh, ma come mai? Guarda non so, voleva parlare però. Ma dov’è? Non risponde. Ma suona. Vale? Vale? Vale era scomparsa. Vale era scomparsa anche il giorno dopo. Nessuno trovava più Vale. Nessuno più la vedeva: secca sclampettare serena e nobiliare e intimidita. Niente cumulinembi di emozioni diverse. Due giorni. Tre giorni. I suoi. Vale era effetivamente scomparsa. Nessuno l’aveva più vista. (Fine primo tempo)
chefly: (neologismo) capitanosi, dallo stile di comandante.
overweening ambition: troppo sicura e orgogliosa di sé, con ambition: ambizioni troppo sicure di sé.
mindly: (neologismo) da mind: sta per cervelloso, pensoso, “mentoso”.
blowly: (neologismo) da blow: non per ventoso, ma per come pieno di vento, ventamente.
diggato: un adattamento in italian di scavare in inglese: to dig. Prende dentro anche reminiscenze dai Diggers di Cromwell.
Gash: da Urban Dictionary: Un termine per i genitali femminili, ma che li considera come somigliassero ad un taglio di un’accetta.

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