Ritratto degli eroi da giovani – terza parte (secondo tempo) “L’età Barbarica”

Riccardo parlava con voce sommessa. Spesso alternava la sua voce a quella di Barbara. Prendevano i tempi insieme. Riuscivano a mischiarsi le voci e i pensieri con il ritmo giusto. Un ritmo cadenzato, accurato. Non sembravano neanche stare insieme. Nel senso che, uscendoci, aggregando il tuo tempo al loro di tempo, il loro tempo non era quello di una vecchia coppia che invadeva con il loro abusato conoscersi, con il loro sapere di avere un tempo in comune, il vostro ritmo. Riuscivano con brevi lanci di armoniche a comporre quadri e mottetti in cui tu ci stavi dentro perfettamente. Ricordo un grande affetto e pochi baci. E il mio starmene ad ascoltarli era sempre interessante. Riccardo con Barbara era serio. Attento, interessato al mondo. Nelle brevi occupazioni, nei brevi momenti politici di quella stagione fredda ricordo le sue parole sempre accurate, il suo modo, mentre lei annuiva, guardava o avrebbe parlato subito dopo in cui interveniva. Metteva i pensieri in ordine. Con dosi di umiltà e piccolissime ansie trattenute bene. Barbara era al suo fianco, e sì, più decisa, c’è da dirlo, più diretta interveniva subito dopo di lui ed era politicamente più raffinata. Arrivava al punto in cui lui girava intorno. Sembrava più piccolo. Come molte donne sembrano più grandi, spesso, più mature dei ragazzi con cui stanno. A 25 anni ci sono abissi incolmabili che sono culturali.

Barbara, che non vedevo da tempo, la vidi da lì a pochi giorni, sembrava felice pure lei. Mi salutò distratta: con la stessa medesima attiva simpatia seriosa che aveva. Lei al contrario di Riccardo aveva imparato un ritmo nuovo abbandondo quello vecchio. Era un misto sincopato. Era bellissima. Non me la ricordavo così bella. Aveva un suo personale tambureggiare con gli occhi, e con le labbra che sprecava tempo: da lì in poi potevo riguardare quanto volevo non l’afferavo più. Ritornava sempre su se stessa e si cambiava. Barbara aveva imparato ad adattarsi al tempo che portavo con me. E paradosso era come quelle storie con i pianeti che hanno un tempo lunghissimo rispetto all’orbita: stare con lei pochi minuti mi rubava secoli quando lei non ne sprecava che secondi. Perché percorrevo curioso i meandri delle mani, ricostruivo gli occhi, ricostruivo la parte di lei che mi ero perso, cercavo di disegnare, zizagare i contenuti lasciati quando respirava un tempo che non era più quello che conoscevo. Come i marinai che si riadattano alla vita di terra. Come senza un braccio quando senti il solletico alla parte che non c’era. Come nel ballo. Se metti un piede e segui il ritmo e ritmicamente davanti a te, il capoballerino, quello che ti insegna è così veloce, che non ce la fai, che perdi i movimenti, perdi il tempo e allora sposti il piede male e per tornare fai movimenti bruschi, come quel piede che muovi e raggiunge una posizione in più non prevista, che è un errore e vai fuori tempo: la musica è già finita. E così facevo con Barbara senza Riccardo accanto.
Tentai di baciarla.
Ma aveva un nuovo ragazzo.

Una serata, in una serata studentesca varia, con vino e pochi rumori e tanta gente che parlava, parlava stimolando le pance a bere, a bere ancora di più rividi Riccardo. Lo rividi. E ci mettemmo a parlare. Era ubriaco. E non era la prima serata che lo rividi ubriaco. Era la seconda o la terza. Lo vedevo fuori dal baretto di inverno, con gli spritz gelidi e il ghiaccio che scioglieva le dita, lo sguardo spento, beveva shottini verdi. Schifosi ma efficaci. Sciorinava parole a casaccio e si buttava su chi passava. Mi guardava. Non mi salutava. Pensavo non si ricordasse di me.
Quella sera invece lo rividi diverso. Sarà che la gente parlava, il tempo era peggiorato ed era davvero freddo. Un bicchiere di rosso? Sì un piccolo bicchiere di rosso. E sì, lo sguardo, le movenze,  i pezzi di ruga, la pelle: accettata, sparecchiata a grandi e piccoli avvenire davanti alla mia era una pelle che riconoscevo ora nuova. I miserabili pezzi di gioco che ci costruiamo per reggere coi denti, con le pezze delle parole, i frammenti delle risate, i ricordi di come dovremmo essere, di come doveva andare, di come dovevamo essere stasera: eri così Riccardo, dovresti sembrare così, nel ricordo allo specchio i capelli sono così. Il maglione lo ricordo così. E poi gli sconosciuti che ti guardano con gli occhi degli altri. E lo sconosciuto che ti si para davanti, finito di pisciare, sgambettando, allo specchio del cesso del bar.
E come stai. E come non stai. E che fai. Ed è da st’estate che non ti si vede. Davvero? Non ricordo. Ma sì, al Lido. Non mi ricordo. Affatto. Ma eri con una ragazza. Affaccendato. Ah. Eh. Ti ricordi? Sì. Poi ci siamo lasciati con Barbara il giorno dopo. Lo sai no? Ma siamo amici.  Eravamo insieme da tempo! Da una vita! Quanti anni? 5 anni! Eravamo alle superiori. Si allontanò. Piano. Parlando con l’amico che lo aveva recuperato. Mi sembrò uguale a quello che ricordavo. Ora era qualcosa di nuovo. Ed ero già di nuovo abituato al nuovo Riccardo. Lo avrei riconosciuto. Ma ricordo di non averlo più visto felice come sembrava. E rimase giovanissimo. Un uomo mancato. Accettato.

Barbara stretta di vita, i jeans chiari in vita, stretta di collo, con le labbra rosse grandi, a incavo: spalle morbide non la baciai mai. Viveva un tempo nuovo.

 

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