Ritratto degli eroi da giovani – terza parte (primo tempo) “L’età Barbarica”

Lo ricordo ancora bene. Me lo ricordo sovrapposto, incompleto, indeciso temporalmente, come fosse una specie di faccia di mille facce di attimi in cui l’ho incontrato. Il problema è che l’ho sempre e solo incontrato, intravisto, parlocchiato. Per cui ero stupito, mi stupii, la volta che lo vidi più giovane della prima volta che lo vidi; ché la prima volta che lo vidi, si stava parlando di politica: le elezioni erano vicine, sbattevano al ritmo elettorale scandente il cuorum, il ritmo adatto al rito che non si consumava più: un ballo nel grano mietuto, una festa di primavera, un’incoronazione, elezioni di Dogi; quindi poteva essere primavera.

Entrò tirandosi dietro la faccia che ricordavo, sovrimpressa sopra la vecchia, invece, l’ultima volta che lo vidi. Ero, paziente aspettando al distributore notturno di tabacchi. Quando mi girai lo vidi baciarsi una ragazzina, più giovane di lui. Ma il fatto era che fosse giovane davvero lei quanto lui mentiva la sua vera età. La ragazza di 19 anni adattati e aderenti sicuramente alla sua maglietta estiva, alla forza con cui cercava di baciare correttamente, l’età con cui lei esplorava la sua distanza linguistica e sintattica nelle relazioni con gli uomini, con un sesso – che già praticava comunque – ma che comunque sgocciolova con lo spirito di quando, spiritati e innocenti si fa l’amore a quindici anni; per cui vivevano in lei già due microattimi: uno vecchio adolescenziale, e l’altro attendente e studente di baci da adulti.

E queste due facce di lei erano mosse pratiche, scultorei movimenti di lingua sul palato, aggregati di passioni sincere, qualche guizzo di denti eppure anche le sue manie; ciò che aveva imparato ad essere. O il gesto del ragazzo che l’aveva iniziata ancora prima, anni fa, anni prima e tutto questo tempo insieme e il suo limitare sul bosco dell’ingenua forza che, dall’alto del seno, era solo normale voglia, che modificava, sparando in alto, l’entusiasmo mascolino di Lui. Ma la cosa che impressionò era il tempo che lei gli gettava fra le braccia, e le facce di lei e i baci di lui erano un tutt’uno con le precedenti esperienze di lei.

Questa ragazzina che non rividi più, siccome che lo avevo visto solo e sempre con Barbara lo rendeva pieno di altre persone. Era come traslato. Nel suo nuovo tempo che non conoscevo, nel passato in cui lo ricordavo silenzioso e innamorato di Barbara, nel tempo di ‘sta ragazzina di passaggio, nel tempo in cui la stringeva ridendo fiero di come solo noi, a volte, quando si conquista si ride, con l’ipocrita forza di chi può questo e poco altro chiedere agli anni che passano: almeno due scopate no? E ora Riccardo cos’era diventanto lì davanti? A quale tempo apparteneva. Al tempo che ci chiese di sbrigarci, di sbrigarsi alla mia amica che prendeva tabacco, che prendeva sigarette. Fate prima voi. Gli occhi rossi di qualche canna e qualche birra di Riccardo mi riconobbero: un ciao col sorriso stupito di chi il tempo l’ha perso e deve imparare altri ritmi e di fronte  ha i minuti: mica come quella volta con Barbara che sembravano lentissimi, sembravano lenti nel parlare, quasi statici, ma vivi, di una staticità di chi si conosce e quindi: parlare del partito da votare, del partito ottimale, a sinistra, da realisti, ma sempre con chi a sinistra guardava: schifando PD e tutta l’erba democratica che cresceva intorno, velocemente, rispetto alle loro e alle mie contraddizioni e convinzioni, che speravano di trascinare pezzi di utopia oltre le serie tv da adolescenti americane e i sogni piccolo borghesi veneti, che il tempo aveva orrendamente sfigurato in quel conservare, in quel non capire, nel razzismo che non era il tempo del razzismo del tempo consegnato dal 900, ma era il razzismo, lo stesso che faceva votare giovani borghesi a sinistra, il razzismo per il tempo che passa, per quello che il nuovo che ci poteva regalare. Conoscevo veneti che in fondo volevano una casa e una famiglia solo perché non sapevano altrimenti cosa desiderare. E il tempo pensavano fosse eterno prima di loro, fosse eterno ora, fosse eterno dopodomani. In quel giorno, nei bei discorsi del 2013, li vidi amarsi senza toccarsi.
E ora Riccardo lì.
(Ma ora che non la baciava mi spaventava quasi nel vederlo ormai diverso dal tempo in cui lo incontravo, mi colpiva con quella felicità che gli vedevo in faccia).

Ma se si era lasciato con Barbara come faceva ad essere felice? Barbara aveva un suo tempo. All’età di Barbara, non era invaso, Riccardo, dalla sua di lei presenza intelligente e sempre, dico sempre sempre fornita di buone promesse simpatie e mai altezzosità, così che sembrava giovane lo stesso e sempre in linea con i discorsi simpatici, le battute che teneva, il ritmo da ragazza simpatica –  ma seria – che riusciva ad esplorare e mostrare passando dalle cazzate alle analisi politiche, ancora al bere, e ancora a “cosa fai, come va l’università”, all’età di Barbara, Riccardo sembrava felice. E ora lo sembrava ancora. Poi avrei scoperto perché.

fine prima parte.

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