Ho bisogno di un rito di passaggio

L’anno prossimo venturo, ovvero il rituale che sancisce un futuro nuovo in pochi secondi: poi tutto è passato. “Il futuro cementfica la vita possibile”

C’è una scena in Melancholia in cui il padre, che fa da segnaposto per la razionalità, si suicida una volta accortosi di aver sbagliato tutto. Si suicida avvelenandosi. A definire il tempo tagliandolo ritualmente, arriva il pianeta Melancholia a dire ciò che sta prima e ciò che sta dopo, la vita e la morte. Ogni catastrofe, ogni grosso cambiamento, fa da cartina di tornasole per i comportamenti umani. Se umanizzi la catastrofe la porti a te, la rendi conseguente, necessaria, umana. Quando però la catastrofe culturale è troppo grande, e i periodi di passaggio troppo intensi, e i poeti scrivono praticamente solo ossimori e antitesi e contrasti (Pace non trovo e non ho da far guerra/ e temo, e spero e ardo e sono un ghiaccio; Disgustoso piacer; Lince privo di lume, Argo bendato / vecchio lattante e pargoletto antico /
ignorante erudito, ignudo armato / mutolo parlator, ricco mendico; call me maybe; He left no time to regret Kept his dick wet With his same old safe bet Me and my head high And my tears dry…You go back to her And I go back to black; Like the legend of the phoenix All ends with beginnings; Everybody dancing on the floor Can’t do any more anymore, Everybody on the floor) e le conferenze e le canzonette hanno titoli e storie sempre con TRA, con FRA, allora siamo in mezzo a qualcosa, perché non si sa stare in nessun posto; allora lì non esiste più punto già attraversato, si sta come viaggiatori su un ponte fra due rive. Non ci sono più riti di passaggio che tengono il passo, che cauterizzano i punti sospesi. Non è che puoi fare una circoncisione per divenire adulto, neanche la prima comunione funziona più, e il matrimonio è un’angoscia. Il passaggio stesso è cifra del mondo e sua condizione.  è che non c’è fine, è come se il pianeta si avvicinasse mille volte, senza mai arrivare, senza mai giungere all’impatto. Come un contratto di lavoro che scade e si rinnova e non si trova, ed è precario vita natural durante. “Your voice is new, your accent to,  love is lost, lost is love”. Se tutto sta a passare ci si chiede se ci meritiamo quello che ci capita. Abbiamo talmente ingoiato a forza l’idea che il merito esista, e non sia un inganno del padrone di turno (lo schiavo si merita il suo destino il peccatore l’inferno, il negro la colonizzazione, gli ebrei i forni, l’operaio il lavoro di merda, la donna cazzo e cazzotti) che tutto quello che ci accade, di male, di bene ci chiediamo se ce lo siamo, alla fine, davvero “meritato”. Non c’è altra spiegazione possibile. Se tutto è eterno spostamento di baricentro l’unica cosa che rimane immutato ovunque è il sistema economico. E il suo portato mentale, sociale, culturale, universale. Sarà anche banale, acquisito, ma il mercato ha del desiderio bisogno che il desiderio cambi in continuazione: senza mai cambiare nella sua intensità. aspettiamo dei barbari che non arrivano mai, una fine che non arriva mai, una conclusione, che non ci può essere nel passaggio. Un oggetto che finalmente ci appaghi da comprare. Allora la sogniamo questa fine, e l’apocalisse è la cifra stilistica del cinema e della cultura pop di questi anni: così come i sogni o la parola futuro o la parola speranza. Quanto si parla di futuro, quando il futuro non c’è? Non è affatto vero che non si fa più uso di queste parole. Non leggo che gente che parla di amore, speranza e sogni e di merito. Il rito di passaggio, la conclusione è per tutti senza merito. Ti spiegava bene dove era la fine, l’inizio, perché ti succedeva una certa cosa  e non un’altra. A dire che anche per questo tutto torna in un costante tentativo di revival: perché non c’è mai la parola fine a nulla.

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