Lo spinatore di birra del birrificio di Milano

Giunse sull’orlo dei 25 all’epoca in cui l’unica cosa da fare era aspettare i 40. Quando ero sull’orlo dei 22, sbirravo con grazia divina le pinte al birrificio Lambrate. Sant’Ambroeus, birre bionde, scure e rosse e fredde torbide ascellari. Le spinavo su viale Montenero. E spinavo via i miei anni, che sembrava, Milano, una città del nord europa, ma non una città bunker di fighetti e commercianti e rincoglioniti conservatori di conservatrici quasi da casseforti rinchiusi, di simboli e momenti perduti, ma piuttosto, ti sputava addosso stupori di costumi nudi e branchiali effetti di gonne e fighe rotte per poche ore, e maschiettucci incalliti e femminine divertite; poi tornavano, ipocricaticamente intatti.

Spinavo birre per tutti. Per i poveri, gli studenti, gli impieganti in scatoloni per la consegna di fogli prestampati e i comunali, e per le mamme i papà, e i loro figli più grandi, e i banchieri, e i sbarbati anziani senza barretto, e i sospiranti Dj in serata riposo, dismesso il cappello al chiodo del giradischi, e i gestori di radio, e i tenutari di centri per le chiamate, e i telefonisti, i massaggiatori finlandesi ma filippini nell’anima: spinavo anche per altri spinatori in serata libera.

Era il mio modo, il mio lavoro di tenere occupato il cervello nell’attesa che trovasse una dimensione; la dimensione era dovere,  nel fareggiante stupore familiare pieno di ansia da riproduzione: abbine figli come me! Figlia! Lavora! Trova una crescita! Trova quel luogo fra il dover fare e lo sperare che sia abbastanza grande da nascondere le frustrazioni; e ammazzale con la masturbazione!

Il dover fare, ammetteva sempre qualcosa di dimensione artistica, o perlomeno, un giocattolo che avesse le dimensioni, personali e  malleabili di ciò che è creativo. Avessi mai, mai sentito che qualcuno volesse non creare qualcosa: “no, io, non penso di creare, viaggiare, sperare, far famiglia”. Il silenzio intorno, faceva, a volte da impressionante eco, rimbalzava contro i muro di Berlino, muro di Parigi, muro di Londra dei vostri desideri, con tutte quelle storie continuamente raccontate, sparate, sviscerate, rigettate e ricontrollate e caricate sulle spalle e rimesse in circolo: arte  d’avanguardia, avvocati con l’hobby della cucina, ingegneri che si fingevano architetti, architetti che costruivano grattacieli di filosofia teoretica, artisti falliti, cantanti che cercavano di vendere il disco a RockIt, giornalisti falliti in cerca di storie, fotografi poco professionisti. Tutti creavano storie e non avere segreti era il loro personale segreto. La storia che non raccontavano non c’era mai.

C’era sempre un dopo, un dopo le loro parole, uno svelarsi timido: sì, ho fatto questo. Come fossi il primo, lo spinatore del lambrate a sentire la loro confessione: chissà le volte che avete detto che eravate grassi alle elementari, che facevate pianti enormi quando i vostri litigavano, che siete scappati di casa, che siete andati in su l’Himalaya in India! In Africa!
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 Sempre a raccontare storie, per non dover dire qualcosa di voi. Come se foste, in quel momento quella storia. A me pareva, che ogni storia che dicevate era finita già quando la dicevate fra le schiume. Se le rosse vi proiettavano sul soffitto i ricordi di gioventù e le scure i ricordi d’amore sotto al bacino, che salivano per i flussi sanguigni e i gastrici riflussi, comunque andasse quelle storie non erano già più vostre, non dicevano la verità su di voi. Ne avevate preso le distanze, come la schiuma non è già più birra, eppure lo è ancora. Non si beve, eppure c’è.

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Ero stanchissimo la sera alle orecchie lunghe e enormi, pieno di storie. E io non parlavo mai, mai, mai, mai, mai, mai di me. Perché voi non chiedevate mai: come stai? Che fai?
Ascoltavo. Pensavo. E cercavo la perfezione del silenzio. Il sottile tratteggio, il rumore della spina, la vibrazione di quando esce la birra.
Almeno un attimo, una composizione con il silenzio, con la speranza di capire. O almeno una storia che valesse la pena ascoltare.
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Avevo voluto fare l’amore con la passione di un animale che ha da svelare di sé, in silenzio, il suo personale viaggio fra la pelle, gli occhi, le mani e il sesso fra le sue gambe. Che cerca nel profumo, nel piccolo stradino di nei, che saltandoli come pietre sul fiume, arrivavano al seno, arrivavano all’ombelico, la sua personale passione. La strada per i morsi e la lingua, per le mani e le dita. Più giù in fondo a destra. Non tutte le schiene di donna sapevano guidarti bene. Alcune mancavano di segnaletica. Ma di quella che amavo, restavo affascinato dalla sicurezza della sua precisa strada, di quel profumo sempre presente, onnivoro, mi divorava la voglia. L’assaltavo. Il silenzio non è una sensazione uditiva.

Il silenzio era la sensazione precisa di quando mi ha lasciato. Di quando ho lasciato la birreria. Che non si aveva niente da dire con il capo. Che non riuscivamo a chinare il capo, a creare frasi d’occasione, che non riuscivamo a fare niente. Salutarci. Andarcene. Di quando ho perso mio nonno, l’ho visto fantasma, giocare a briscola, al tramonto nel fumo della sala. Il sospiro lento, ritmato di quando giocavo a calcetto. Di quando la birra saliva. Non c’era altra storia da dire. Un racconto di me. Non c’era trama, eppure potevo per pagine intere di giorni e mesi, ricordarlo. Senza inventare niente. Senza creare. Accadeva.  Il silenzio è non creare nulla.

E poi trascorro i giorni a pensare, a cercare di formare, di mettere insieme i pezzi che diventano silenzio, il contorno delle trame. Ho preso tutti i maglioni di casa e li ho scuciti tutti. Il resto del tempo bevo vino.

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