Ritratto degli eroi da giovani. Parte seconda di chissà ancora quante

C’erano le sere che tornavo sui miei passi della mattina, prima di mezzanotte. Restavate un po’ tutti in campo a bere e suonare e bere e ridere o a rompervi le palle. Stanco di guardare, correvo dietro San Marco, per farmi cogliere, al ritorno verso casa, dalla marangona: a mezzanotte. Così stanco di guardare, andavo ad ascoltare, e comunque, godevo nel farmi sorprendere da una cosa che era preparatissima. Alle 23.55 stai in campo San Maurizio, alle 23.59 già dietro San Marco e poi: ti arrivava dalle spalle. Chi l’avrebbe detto che avresti suonato anche stasera il giorno dopo? Questa cosa di preparare le cose che ti potevano avvenire addosso, mi ricordava, ogni volta, Mattia.

Mattia era un pessimo caso da osservare. Si faceva sempre i cazzi suoi. Lo trovavi un poco ovunque, era sempre con qualcuno, da qualche parte, in Misericordia a bere, ad un concerto al Rivolta, a farsi un bacaro tour con amici americani o a lezioni che, non capivi perché, lui, studente dello Iuav, lo stesso frequentava. E non capivi neanche perché stesse sempre ovunque, riuscisse amico a tutti, perché, se non altro, era misterioso il suo porsi come amico. Si faceva sempre i cazzi suoi, Mattia. Eppure, e forse per questo tutti gli volevano bene. Ma non era il solito, che, si faceva i fatti suoi in modo riservato e contenuto. No, Mattia era l’amicone. Mattia parlava con tutti, risultava simpatico a tutti, sempre affettato, sempre simpatico, sempre con un ciao, domande e battute interessanti, cazzate allegre. Anche con me, sempre un ciao gigantesco. E pensare che neanche l’amicizia su facebook mi aveva accettato. Sempre con il sorriso. Cosa cazzo aveva da ridere? Ma che poi alle donne piaceva. Piaceva sentirsi trattare così, così bene, così in allegria, che sembrava, Mattia, vederti dopo una settimana, un anno, seimila giorni di sete e fame e sediziosa castità come non avesse aspettato che quel momento. Che il momento di salutarti. Di vedere la tua faccia. Poi gli parlavi e si capiva benissimo che non gli fregava un cazzo di quello che stavi raccontando.
Tranne una volta che non capii.

Pochi giorni fa con Luca, che era da poco tornato da un mesetto a casa per problemi al paesello, lo incontrammo. Le solite feste da parte di Mattia, come il cane quando torni a casa, annusami i pantaloni o il culo, no? Stronzo: pensavo ogni volta. Solo che non si limitò al rito di: come state, vi vedo bene, sempre in gamba, e coso come sta, ci vediamo spero in giro, dai!; ma cominciò a domandare a Luca della sua vita, del paese, degli studi, e sembrava, sincero, interessato; ascoltava tutto quello che Luca diceva. Non stava con il suo abusato sorriso da scemo sopra il maglioncino a chiedersi altro, a pensare l’insondabile, ma accorto, interveniva e faceva domande. E non capivo perché, anche Luca non lo capiva.

Alle donne piaceva. E come osservatore invidioso, guardavo. E siccome non rispondeva che con sorrisi e abbracci a qualsiasi tuo tentativo di sprangarlo di domande sulla sua persona, non c’era modo di sapere cosa stesse pensando, cosa stesse immaginando davvero. Ci fosse ancora la Serenissima sarebbe stato una spia di palazzo. Uno splendido ratto sorridente fra i cornicioni delle signore, le carte da gioco dei vecchi nobili rovinati con i denti gialli e le puttane. O forse sarebbe stato una puttana. Poi secondo me, ma questo non lo potevo sapere, era chiaramente senza nerbo sessuale, senza ormoni. Di quelli che se facevano l’amore non potevano mettere passione. Sarebbe stato troppo onesta la passione. Avrebbe assunto facciate di passione. Meglio farsi i cazzi propri. Le ragazze che si passava (che non lo conoscevano mai fino in fondo) tranne un paio che ricordo a malapena, erano incolori.

Erano di quelle ragazze passionarie provinciali vestite tutte uguali, che se pure credevo, da osservatore nascosto fra la gente, che tutti gli esseri umani nascondessero abissi di meraviglia e miniere di diamanti e pozzi di petrolio nero viscoso e colon retti e duodeni di segreti sporchi di merda e residui del passato difficili afferrare e osservare, ecco, quelle forse no. Forse tutta la loro vita stava nella borsetta alla moda marroncina di Louis Vuitton, quella con i loghi incrociata, quella che avevano tutte, dio mio, ma davvero tutte. E nei vestitini alla moda, anche quelli, tanto simili. Gli occhiali firmati, ma tutto a basso costo alla fine. Come le loro vite. Poi, c’è da dire, che quando hai passato anni fra le alternative femminili universitarie, con difficoltà distingui fra modi e mode di conformità vestiaria. Perlomeno, sembravano sincere le passionarie provinciali di moda a basso costo, le altre erano tutte troppo costruite. E per questo, sospettavo, che Mattia si fidanzasse con queste qui: perché non facevano domande ed erano abbastanza bigotte, da buone trevigiane e venetiche, da non aspettarsi uno stallone; gli risultava già abbastanza un volto sorridente che non facesse troppe domande al mattino, a loro; a lui, che non fossero insoddisfatte dei suoi sorrisi. Del sesso poi, erano dettagli.

Che preparasse tutto con cura, Mattia, ne ero certo. Della sua vita, nulla gli sarebbe sfuggito. Era un serial killer, manovratore instancabile di falsità e calcolatore. Ci fu un periodo di delitti sopra oltre il Piave, e lui pensavo ne fosse l’autore. Il Gazzettino ci avrebbe fatto titoli molto speciali, e lui magari mentre sorrideva a qualcuno con il suo modo suadente e affettato, li avrebbe guardati di traverso: sorridente.

stefanoballi

Cinicamente, quella sera che tornavo, stanotte che torno per ascoltare la marangona, me lo trovo da solo con Ester, appartati a camminare dietro l’Accademia. Lui che la bacia, con una vita che non gli ho mai visto vivere così sinceramente. Ed Ester che lo guarda innamorata. Luca era partito quel mattino, per il fine settimana. Come, stupito dal suo interesse, raccontava a Mattia l’altro giorno. E pensare che avevo fatto quella strada, ero tornato, perché sapevo che Ester sarebbe tornata a casa verso quell’ora questa sera. Ho così il dubbio, di chi sia meglio, di chi sia peggio, fra me e Mattia. Almeno, non sorrido così tanto.

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