Ritratto degli eroi da giovani – Parte prima di molte

– Mi hanno detto; e non lo sapevo, chiaramente! che me l’ero scopato!
– Ma come?!
– Eh; non me lo ricorda-vo proprio, no, cioè; una balla quella sera, e non mi ricordavo un cazzo.
– Che gusti dio mio…
– Eh, e non mi ricordo, chiaramente.
– Meglio, direi!!
Tono della voce irritante, altezze sonore miste a graffianti vocali tutte di gola.
Non ricordavo, non ricordavo affatto, l’ultima volta che non l’avevo sentita parlare di scopate. Credo di averla sentita parlare tre volte in tutto. Una parlava di bere. Le altre due di scopate che si era fatta o si stava per fare. Confondo sempre le vite di tutti gli altri. Che voglio dire, ben vengano le scopate che ti fai, ben venga, accidenti, che ti fai trascinare dalla voglia, sei libera, masturbatoria e ventiquattrenne; sai, no, perché lo sai, come muoverti: sinuosa, attenta: felice mai, sempre provocante in più della faccia, comunque, non meravigliosa che hai. Il corpo che non aiuterebbe. Attenta forse, attenta alle mosse. Affronti gli sguardi proponendo i tuoi lati migliori. Indossi occhiali non per vederci, ma per muoverli. Sì, comunque ci sarei andato a letto. Sì, comunque, la desideravo. E forse era la mia mancanza, il mio concedere spazi all’immaginazione, spazi di sopravvivenza alla salute mentale, al desiderio. Sentivo sazietà certe giornate, quando il sole era alto, e dovevo scoprire cosa fare, dopo il letto, i calzini a terra, dopo l’alito pesante. Sentivo sazietà, eppure, sazio non ero. Che avevo vagato come un affamato la sera prima. D’attenzione, bisbigli, desideri altrui; e mi svegliavo con il caffè: con la dose pesante e forzata e calda. L’odore delle lenzuola e l’odore che il sonno aveva prodotto. Non sembrava appartenermi.
E poi c’era Luca. E Luca lei, l’amava. Amava Ester. Pur se parlava sempre di scopate, e pure se Luca, in fondo l’aveva baciata a malapena quattro o cinque volte, non di più credo, lui credo l’amasse proprio. Di quell’amore rischiosamente noioso, pesante geloso, paranoico. E visto che lei era proprio spiritualmente attiva, per il gusto di parlarne certo, ma attiva, Luca crepava lentamente ogni giorno di più verso un amore stretto, mortalmente stretto, al cuore, al culo, al cazzo pure. Che era quasi inabile di dire o approcciare parole ad altre ragazze. Quel tono di voce che tutti trovavano orribile, quei ricordi pesanti, quegli occhi leggermente a palla e la sua volgarità manifesta, a Luca sembravano tutto quello che non poteva avere. E lo muovevano come un povero criceto, come un cane in pista ad inseguire un coniglio di plastica; come, qualche volta, succede a certa gente con modi diversi di trovare ciò che fa schifo dentro di sé. Chi beve, chi gioca a poker. L’angoscia, anche quella che provavamo da giovani all’università, anche a Venezia, o sopratutto a Venezia troppo bella per gli standard modesti dei nostri vestiti di Zara, era molto meglio della noia. Quella era il vero incubo: la noia. Per cui Luca aveva trovato in Ester tutto ciò che l’angoscia poteva dargli. Anche il sesso occasionale che lei viveva lo distraeva dagli studi di filosofia. Vederla passare al ristorante quando era in turno era il suo modo speciale di torturarsi. Immaginarsi mondi nuovi in cui, ed era un immaginare facile perché non erano illusioni, più che probabile che stesse donandosi a qualcuno, in cui lei si stringeva a qualcuno, o tornava da Andrea o Giulio, da quelle eterne storie d’amore infinite che non sono mai felici davvero che, Ester, sapeva intervallare con l’angoscia di Luca. Che poi era simpaticissimo. Dico Luca. Sapeva, in certi momenti, travolgerti di cazzate. Era pure facile ridere con lui. Con il suo basso tono di voce e le battute, le trovate, le stronzate. Non è che fosse macilento, gobboso e angosciato. Uscivamo spesso. Una volta, ubriachi marci, sprecammo una notte a parlare con il solito gruppo di elettricisti, muratori e gente ubriaca, finché ci ritrovammo, non so bene come, a casa di uno di loro che voleva andare a pescare a tutti i costi con noi e sua madre che dormiva di là. La madre, vecchia, veneziana, sola, non capiva, lui fumava e inveiva. Solo dopo siamo rimasti a parlare con la signora, mentre lui era marcissimo, ridotto a pezzi, sul divano. Fece un buon caffé la madre. Tornate. Tornate quando volete. Luca era quello che ci aveva trascinato lì. Che rimase a parlare con la vecchia.
Non lo stesso Luca che spasimava per un bacio di Ester. Ester era riccia, castana. Lui, beh, Luca immaginatevelo come volete. Non mi importa sinceramente. Se di Ester si doveva dire qualcosa in giro, era che la si trovava spesso in campo a bere e ridere sguaiata. E a far massaggi sulla schiena agli amici. Con quella morbosità inutile, con quell’abbracciarsi forzato che a volte producono gli ambienti piccoli. Nelle piccole compagnie di gente che poi passa le giornate fra chiacchiere e grattini. Ecco, lei in questo pure era generosa. Non aveva paura dei sentimenti. Dei suoi, dei nostri. Dei miei. Ma io osservavo, più che altro. Non aveva paura dell’affetto che sapeva distribuire, legava, creava legami in continuazione. Questo suo creare legami affascinava forse Luca più di tutto. Perché seno non ne aveva, e il culo era basso. Non era la donna che poteva essere, era i legami che sapeva coltivare. Come una vecchia contadina, zappava baci, irrigava strette di mano, abbracci caldi, unghiate a dissodare le piccole timidezze e il non sapersi gestire di quegli omini che studiavano materie tanto complicate o costruivano modellini allo Iuav, ma che poi, a dirla tutta e a vederli, sembravano proprio dei disadattati. A dire che avrebbero saputo cavarsela, in Palestina, in Africa, dove magari sarebbero andati alcuni, vestiti da missionari bianchi pieni di buone intenzioni, non si sarebbe mai pensato, con quelle monomanie da piccoloborghesotti: i vestiti carini, i computer della apple, gli occhiali grandi da pentapartito, e le canne con i maglioncini di cachemire e le botte di montenegro dopo l’esame di Economia delle Arti che voglio vederli a portare l’acqua in testa per kilometri dal pozzo quelli che fanno Egart, come diceva sempre Luca. Era pure facile, forse, per Ester trattenerli a lei. Quegli attimi di sesso onesto che sapeva regalare, erano attimi di verità in mezzo a quella timidezza disarmante o all’arroganza da “Ti faccio domande, ma non credo me ne freghi un cazzo di quello che dici”. Attimi di luce. Per Luca, d’angoscia, ma gli regalavano sollievo dagli esami di filosofia, dai genitori professori al liceo, dal sapore di pizza e dai tramezzini insieme al Select.
Fu una volta dopo, che Luca esplose di colpo e si mise insieme ad Ester. Quella mattina la trovò in cucina.
– Ciao; Ester. ! . Ma che fai qui?
– Ciao! Luca.
Stampò due bacini.
– Beh, ma mi stavi aspettando?;
– Chiaramente no. –
Rispose lei
Uscì il coinquilino di Luca, dal cesso, e andò a baciare Ester. Mentre Luca rideva. Luca diede un pugno sullo stomaco a lui. Si irrigidì. Cadde. Ester non seppe che dire. Si chiarirono dopo con Maicol, il coinquilino. Ester e Luca presero ad uscire più spesso insieme, invece. Stavano insieme. Ed ero geloso, pur lei continuando a fare ciò che voleva. Ero geloso di lei e Luca. Carini e teneri insieme, e geloso e angosciato lui quando non c’era, Ester libera e sessuale. Con me comunque non ci provava, mai. Torno la notte, stanco, dopo aperitivi che si prolungavano per metri e metri di alcool di bassa qualità, negli stessi bar orrendi di sempre o nei pochi dove, almeno, c’era gente simpatica e li penso. Continuo a sentirla parlare di scopate, non l’ho mai capita alla fine. Li osservati tanto, guardati, ma lei è sempre torbida, scura, e di abbracci non me ne da mai, e parla sempre. Ma mai chiaramente.

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