San Mauro Pascoli. Prima parte.

Per me, recitava; giocava se stessa su quelli che passavano. Costruiva continue improvvisazioni, nuove abitudini, nuove fantasie, nuovi capelli e nuovi modi di posare le mani: da che la ricordo ne avrà cambiate; tante. Aveva una fantasia e si ritrovava ad averne un’altra il giorno dopo; le divorava le fantasie, e i capelli li cambiava come una reginella del cinema, modellati dalle sue mani.  Ma a voi, sì a voi, vi lasciava osservare solo le mani. I muscoli delle sue dita erano tesi, però assecondavano lo scattare, l’inarcarsi dalle nocche all’unghia. Giù dentro, fra i capelli o in mezzo a una ciocca, assecondava così gli sguardi di chi fra voialtri cercava di capire. E attirandovi tutti, tutti gli sciocchi, tutti come mosche contro lampadine, tutti, avevate guardato.
La andammo a prendere alla stazione: magra, secca, nel caldo stucchevole, nel caldo col rumore di un piede sulla neve: le unghie rosse e l’umidità. Ma, stavolta,  non aveva un nuovo modo di portare le mani ai capelli.

Noi al primo binario. Lei al secondo. Distanti perché su due secoli diversi. Il vestito e poi alla sigaretta accesa, controvento, si voltò contro il vento a spazzar via i capelli biondi; il suo ritmico, leggerissimo, in levare, voltarsi: un’attesa che era millenaria. Prima di tutti i secoli aveva credo studiato, immaginato questo suo voltarsi. Lo aveva immaginato troppo. Lo aveva modellato e provato altri miliardi di volte. Un buon soggetto. Il movimento musicale con cui ci condannò a seguire le mani, le mani e ancora le mani. La partitura che aveva scelto per svelarsi, scendeva e ci costringeva a seguire l’indice scorrerle addosso, come bravi scolari e poi il bianco del collo,  e il contorno della mascella, quasi volgare in alcuni tratti; carnoso e sciolto da tutto e col sapore evidente, dato il colore, di quelle ciprie industriali, di sudore. Cadenzando il ritmo di quel voltarsi verso di noi che la chiamavamo, sapeva che avrebbe spostato il dito dalla mascella, adeguato la partitura, allungato i tempi, ci avrebbe fatto seguire la guancia prima di guardarci. Come fosse un crescendo, la sigaretta prima ancora, che usciva lunga appena appoggiata alle labbra, da attrice grassa di mitologia, pensata per farci spostare lo sguardo fra il naso e gli occhi e il mento.

Sapevo che non avrei mai posseduto quel pezzo di carne lì. Era volgarissima, non è che non ne fossi all’altezza. Era lei che non avrebbe saputo che interpretare, continuamente; io ne sarei stata sola spettatrice pagante. Al massimo potevo applaudirla. Si allenava troppo ad essere guardata. E non scoprendosi mai…o forse no, forse si scopriva così, a casa, da sola, qualche volte; si spogliava gettando le mutande per terra malamente, pestandole, ignorandole al lato del letto, sbadigliando, scoreggiando e ancheggiando un poco stupidamente come tanti.  Ma anche fosse il contrario della stessa che impersonava, era per me solo un’altra recita. Così che forse era come una vecchia attrice che non ricordava più la sua parte: improvvisava se doveva essere se stessa. Alla stazione di Savignano sul Rubicone c’eravamo io, con sua madre, a riabbracciarla, ed io, ero lì a guardarla: le avevo tanto voluto bene. A riabbracciarla: ancora tutto quel bene. Ida, Ida, le regine del varietà hanno quei passi, Ida mia.

Treno in ritardo.  Panchina. Aspetto. Sistemo i capelli. Guardo il telefono. Il  vento alza la gonna è solo perché è davvero corta. La aggiusto con le mani. Mi innervosisco. Mi guardo intorno, la strada fino a San Mauro, fino a casa sarà lunga. La sigaretta  non si accende. C’è troppo vento. Ah, eccole. Ora sono lì. Mi aspettano. Devo attraversare i binari. Non si può. Il cartello dice che non si può più, c’è un ascensore le scale e pure il sottopasso nuovo. Tutto bello e nuovo. La professoressa mi osserva. Come a scuola. Mi sento riempire da quello sguardo, e come sempre non so come scappare. Cerco di fare altro, di spostarmi, di muovermi. Cerco di farlo e faccio per prendere le scale. Mi metto di traverso. Tiro di sigaretta. Tiro la valigia, mi guardo un poco intorno. Io l’attraverso i binari, che il capostazione non c’è.
E abbraccio la mamma. Lei si guarda in giro. Le lancio un’occhiata e mi guarda a me ora. Ben.  Mi stringe e mi abbraccia e mi accarezza la schiena. Ho capito. Maria si commuove. È sempre una bella donna. Ha un profumo proprio nuovissimo. Aveva lo stesso, francese, classico da sempre. Da nuda e da vestita aveva quello. Devo ricordare di chiamare il mio ragazzo. Penso che se ci abbracciamo troppo, c’è la mamma. Poi ricordo la strada che porta fino a casa, cerco di mettermela in testa. Le cose che sono per la strada, le persone. Fuori dalla stazione c’è una rotonda che l’altra volta non c’era. Di un tratto, sembra tutto cambiato. Sarà il caldo. Mi aggiusto gli occhiali da sole, mi copro le mani.  Mi siedo in macchina. Parlo di Roma. Parlo dell’Accademia. Di cose nuove. Parlo e non ricordo più che non scrivo al ragazzo. Parlo che facciamo Pirandello. E la professoressa Maria si agita tutta. Mamma alza gli occhi, e pensa che bello Pirandello. Ne sono sicura. Si passa vicino alla scuola. Va be, penso che è riadattato Pirandello. ‘Na roba moderna.

– Ti ricordi Ida? Quanto eri bella! Recitavi sempre Pascoli!

– Era il tramonto: ai garruli trastulli
erano intenti, nella pace d’oro
dell’ombroso viale, le due fanciulle.

Nel gioco serio  al pari d’un lavoro,
accorsero a un tratto, con stupor de’ tigli,
tra lor parole grandi più di loro.

Lo dico non come mi hanno detto di fare, tutto quello che m’han detto a Roma di non fare,  non l’ho fatto. Con il tono di quando avevo 15 anni. Sembrava una nenia. Era una canzoncina di merda. Ma non ho questa voce vero? Ora sembra cambiata la voce. Non so come mettere le mani. Apro il finestrino, guardo fuori. Provo a mettermi di profilo contro il vento e poso una mano fuori. Ci gioco con l’aria fra le unghie. Sorrido eh, intanto, e intanto la recito tutta. E la finisco come fosse davvero una cosa vera questa dei due fanciulli.

– Ti ricordi davvero ancora così bene! Eri brava. Brava!

Ha gli occhi che guardano dietro. Puntati dallo specchietto.
Mamma non dice  mai troppo. Sempre quelle due cose. Ero bella e brava. Sono bella e brava. Quanto basta. Maria non è stata capace di dire una parola quando recitavo Pascoli. Muove una mano dietro, di lato. Vederla così… il tempo l’ha sorpresa.

Maria si imbarazza a guardarmi. Ed io sorrido. Felice. Bella. E brava. E ammirata ancora. Ancora Maria è ancora lì che guarda. In macchina il suo profumo nuovo sembra di più e io non la riconosco così. Ma guarda ancora, e mi imbarazza. So chi è, ancora, ma è che non so cosa fare, come stare; gioca: forse devo farmi più forte. Più sicura ? Capirebbero. Più sorridente ? Capiranno.
La scuola poi è tutta diversa. La pedana per gli handicappati. I muri erano rossi. I muri sono celesti. Ci sono aule a sinistra, che non c’era quella. Sono sicura. I muri son quelli. Il cancello. Anche. Ma il resto, è tutto diverso. È tutto cambiato. Qualche aiuola che non c’era. Cartelli di locali nuovi a sinistra della scuola. Tavoli bianchi al bar; tabellone: Aperitivo: 19.00 4 euro. Non lo pensavo.
Dopo del bar, ora la piazza è diversa. Nuovo mattone.Nuove panchine. E i ragazzi non sono quelli con cui sono cresciuta. Quanti glitter orrendi.
Non me l’aspetto.
Sto attenta a scendere senza far alzare la gonna. La mia casetta. Piccola, sola, prima, ora no. Non ha più il campo libero dove correvo:  ne ha una accanto.
Chiude il cancello automatico, la luce gialla. Mamma saluta Maria. La abbraccio.
Accanto a casa ci abitano una famiglia di marocchini, dice mamma.  Dice che lavorano alla fabbrica di tessuti giù, quella della SonceCo. Dai che il figlio del titolare, veniva da me a rompere. Ce l’avevo dietro tutti i giorni. Non ti ricordi? Non ti ricordi Ida? Dice mamma. Dico che sì a lei.  Povera, ma non lo ricordo, sono sincera. Dice che ora il figlio tiene tutto, ed è un ragazzo bello. Che era così bruttino. Dio mio. Cambiano tutti, dice mamma, ma lui è cambiato molto. Mamma aggiusta le cose che ho portato, va in cucina. Mi lascia sola.

Farò una doccia. Ho voglia di lavarmi? Sinceramente ho voglia di spogliarmi. Dal caldo, terribile, dall’umidità, dio mio. Che caldo. Che umido in ‘sto paesino. Eppure mi sembrava più freddo. E quando mi spoglio lascio cadere tutto a terra. Rimbalza il piccolo seno, me lo guardo. Lo stringo allo specchio a farlo più grande. Mi riguardo. Quando ero piccola sembrava dovessi avere il seno grande, grande come mamma. Mi tolgo le mutande. Mi guardo il tatuaggio. Il colore pastello sul lato, sopra la mutanda è sbavato. Doveva essere celeste. Non si vede. Non mi accorgo neanche che sono davanti alla finestra, e sono nuda. Non mi accorgo.. Che guarda, il ragazzino. Mi avrà guardato, che schifo alla fine, dall’inizio. Mi sono anche scaccolata. È rimasto lì a guardarmi. Il ragazzino marocchino. Schifo. Mi avrà guardato che mi piegavo per spogliarmi. Il sedere. Quasi violentata mi sento. Non c’era quest casa, non c’era questa finestra. Allora c’era il grano. Dio mio. Sbatto la persiana. Mi vergogno. Non mi copro, tanto la tapparella la chiudo no? E se vuoi guardare guarda. poi. Marocchino maiale. Ha 15 anni. Sai che gioia. Mi sento piena di vergogna.  Chiudo sbatto e mi lavo nella doccia che mamma ha da poco fatto installare.

C’era la grande vasca prima: le mattonelle verdi, il rubinetto enorme, grandissimo. Guardo la ricrescita dei peli. Sulle gambe. Poi ripenso che prima di quella casa non ricordo che ci era. Non c’è rimasto tanto di quando sono partita, eppure mi sembrava tutto già pieno, non avrei aggiunto nulla.

Quando partisti, come son rimasta!

Come l’aratro in mezzo alla maggese.

Fine Prima parte.

LopezGarcia, Antonio

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