“Lo scrivi sì, lo scrivi o no, il tuo romanzo erotico?” (cit.)

“È  stata la volta che l’ho più amata”. Un secondo prima di sbarrare gli occhi, nell’affanno di averla vista, sognandola. Non la vedevo mai, non l’avrei mai vista, chissà? Mai più? Non l’aveva mai vista, si spostava su un’altra frequenza. Se avessero preso una ruspa, il dentato di ferro della macchina mostruosa avrebbe, sessualmente, con l’ansia di un bambino, escavato dal suo petto, come agli agnelli, ciò che restava delle sue budella. Doveva essere lì, inscritto nei gangli del tenue, o sul colon, da qualche parte il ricordo di tutto. Doveva essere sul ginocchio, il secondo stesso, e ci doveva essere, forse l’odore?, sicuro c’era, ci fosse, ci starebbe ancora almeno il secondo e sull’osso e la cartilagine; il microattimo in cui ricordava una volta il suo pube, il sesso di lei, e le ossa del bacino baciare e struffarsi mentre era seduto, sì, sui ginocchi, sul ginocchio destro. Oppure era il piede, ma sul suo di lei, il sinistro, che avrebbe mangiato, come una zuppa di ortica. No, era lì, sulle unghie, e passava spericolato a leccarsi e passarsi le dita sotto il naso, che sotto le unghie, l’epidermide, non conservi, e se le strappo? qualcosa di lei.  Frenetico le 5 dita, che grattavano, spiavano gli odori, venivano mozzicate e poi leccate, e se fosse ancora sulla saliva? sulla bocca lei? E morsicava la sua stessa lingua, e asciugava la bocca, seccava le fauci, ingoiava saliva, sputava, sputava. E strappava i peli delle  braccia, che l’hanno sicuro, sicuro accarezzata, strappava, smozzava, smozzicava, asciugava, sdrenava, saltava, odorova, annusava, spazzava via, leccava per non condannare la sua vita a viverla ancora, all’infinito: ricordo qui, che tutto ha una fine. È la fine, l’inizio della libertà. Spezzò le braccia che l’avevano stretta, spezzò le gambe che l’avevano voluta, gli occhi che l’avevano registrata, riflessa al contrario fino al cervello, si spazientì fino a staccare, con strenua pulizia del sangue, le unghie, e la lingua, raschiata: bruciati il salato, bruciato l’amaro e il dolce, appiattita nella sua supponenza di averla creduta posseduta come un piatto qualsiasi, come un formaggio d’alpe o un vino bianco, e spericolata ricordarla quando affamata. Infine i capelli: strapparli? lasciarli? Farne crescere di nuovi, colorarli! Idratarli di rosso? blu? nero, nero scuro da lì in poi tagliare con la ricrescita, il giusto punto in cui doveva smettere di esistere. Il giusto punto di un inizio e una fine.
Spasmodicamente, fibrosa e poco accogliente la memoria non abbastò di questo, volle comunque esserci. Smignarsi, confondersi, spapugnarsi infida fra il presente e il passato. Il nuovo, il vecchio, con lei meltata, sciolti e sfugnosi: pieni di buchi, di intemperanze di volti di lei con i ricci neri a smielarsi e intrecciarsi, incoronarsi come in gotiche medievali e in corone di contadine, con nuovi seni, questi piccoli e bellissimi e amari sudati d’estate, nella controra: ginocchia piccole, corpi raffinati, peli superflui a spiritare e confondere inutili appelli all’innaturalità per case industriali, fiche primigenie, bestialità in fondo a mani turbiniche, e la gioia infantile di guardare, madonna mia!, lacrime catapultate fuori, come fosse la prima donna, il magnifico pezzo di mondo: quello dove dalla schiena, la via tracciata dalla colonna che ci tiene in piedi, che ci fa esseri umani, quella stretta strada che si discende al sedere, si apre da lì, quel passaggio, quell’intersezione fra la schiena nuda leggera di una donna, i glutei e il resto che apre a destra, apre a sinistra: dischiude per celare. Speranzosi progetti su corpi qualsiasi di altre che erano inutili ricordi, inutili rimembranze di altro. E allora l’infinito non era finito? La sconfitta: alzare gli occhi e sprecare secondi preziosi nella speranza di averla vista.
Dopodiché scrisse un romanzo erotico sulla libertà sessuale nel 2013 fra gli adolescenti.
Non ebbe successo. Fu triste ancora per un poco. La memoria restò, rabbonita dal tempo.
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Non ebbe successo. Fu triste ancora per un poco. La memoria restò, rabbonita dal tempo.

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