Della necessità del silenzio

Oggi un’amica mi ha consigliato questo articolo.
(Poi i fidi RSS mi hanno detto che è stato notato pure da Sofri J., su Wittgenstein).
È in inglese, ma consiglio di leggerlo. Al massimo sarà un’emozione diversa.
Lei è una giornalista italiana freelance.

Per me, è in sostanza la storia del fallimento di qualsiasi tentativo di narrare, di rendere a parole qualcosa di estraneo e terribile; in questo caso una guerra civile. È il fallimento di una società che si illude di parlare di tutto, di rendere tutto raccontabile; di fare un articolo del secolo, di fare un film, un libro, una serie tv di qualsiasi cosa. E con questo di aiutare, magari: li aiutiamo raccontando la loro tragedia.

E Francesca fa un ritratto tremendo di tutto. Dei lettori che se ne fottono della Siria, e del direttore che chiede solo articoli con i morti o di parlare di Gaza, anche se sei in Siria, tanto chissenefrega di Aleppo, è di Gaza che si interessano sempre tutti, degli sparuti lettori che chiedono articoli per capirci qualcosa della situazione siriana (e non solo di morti) via mail a Francesca, dei colleghi che ti mandano fuori strada per rubarti il pezzo inutile del giorno, il pezzo stesso che è pagato 70$, che non ci fai niente, i siriani che gli stai sul cazzo e altri pazzoidi occidentali (ne cito due traducendo l’articolo):
“c’è il turista giapponese che è in prima linea, perché dice che ha bisogno di due settimane di “emozioni”; il laureato in legge svedese che è venuto a raccogliere le prove di crimini di guerra;”. Un’umanità devastata prima ancora di essere umana. Un manicomio, come dice Francesca.

Ed è incredibile che tutto questo accada mentre intorno la gente si ammazza? Che questo grado di irrealtà, di incorporeità, di completa nullificazione di senso, sia nel mentre di qualcosa di così Reale, dannatamente reale, come la morte, la guerra, le pistolettate, le stragi, il sangue. Chiedere i morti ammazzati nell’articolo. Andare a fare il turista di guerra.

(vorrei fare i nomi di chi è il responsabile culturale quotidiano di questo assassinio della realtà. E direi Gramellini – che B., con le sue puttane, è più reale di tutti gli altri – ma è solo un simbolo del tutto: il voler raccontare, sempre raccontare e sempre qualsiasi tragedia, sempre con la superficialità e le ricette del buon cuore, tipo sta roba qui: http://www.lastampa.it/2013/07/11/cultura/opinioni/buongiorno/nessuno-possiede-nessuno-oquPiheEHpFchmjsRrS0fP/pagina.html)

Non tutto è narrabile, non tutto dobbiamo raccontarlo. E nonostante tutto, della parola e del suo divenire racconto, siamo prigionieri. C’è una violenza indicibile nelle parole: quando raccontiamo, sembra sempre tutto senza fine. L’orrore che ha questa civiltà per il silenzio, è l’orrore che ha per la morte. Non c’è morte finché c’è racconto. Niente può essere scordato. Tutto è filmato, museificato, inscritto (e per ciò tutto alla fine è davvero dimenticato, perché è troppo)
Così finisce l’articolo di Francesca:

“Se avessi veramente capito qualcosa della guerra, io non avrei sviato cercando di scrivere di ribelli e lealisti, sunniti e sciiti. Perché davvero l’unica storia da raccontare in guerra è come vivere senza paura. Tutto potrebbe essere finito in un istante. Se l’avessi saputo, allora non avrei avuto così tanta paura di amare, di osare nella mia vita; invece di essere qui, ora, abbracciata in questo buio rancido angolo, disperatamente rimpiangendo tutto ciò che non ho fatto, tutto ciò che non ho detto. Tu che domani sarai ancora in vita, che cosa stai aspettando? Perché non ti ami abbastanza? Voi che avete tutto, perché avete così paura?”

Nel mio piccolo, sono d’accordo con questo commento all’articolo:

“Cara Francesca,

Inizialmente il tuo pezzo mi è piaciuto, ma riflettendoci con più attenzione, ho visto in esso molto egocentrismo e voglia di creare del sensazionalismo mischiato a del vittimismo.

E’ molto duro il tuo lavoro, e questo senza ombra di dubbio.
Tuttavia, come conferma anche un altro freelance, non penso fosse la tua unica possibilità di lavoro.
Anche perché in un altra intervista dichiari di ‘seguire le storie che ti incuriosiscono’..

E’ ammirevole che tu abbia scelto questa strada per cercare giustizia e dare voce a chi non ce l’ha.
E per questo ti stimo molto.

Tuttavia mi pongo una domanda sull’etica. Tu, come Alessio Romenzi, che menzioni, in un certo senso ‘usate’ la sofferenza estrema di altre persone come opportunità di carriera. Perché è poi a voi che va la notorietà.
Esempio Romenzi: che ha pubblicato tante fotografie sul time e vinto il world press photo con le fotografie sulla Siria; e tu: che stai partecipando al 2013 kurt schork award, grazie anche alla notorietà di Stanley Greene.

Non so, nelle tue parole mi sembra ci sia un’ostentazione di una purezza e di un vittimismo opinabili.

Nel senso che il tuo lavoro è una scelta, di una donna occidentale istruita, che ha avuto la possibilità di studiare e ha scelto un lavoro piuttosto che altro. Con condizioni difficili, certamente.

E poi l’ultima frase: ‘voi che avete tutto, vivete la vita senza paura’- un po’ banale. La sofferenza la prova anche chi ‘ha tutto’; come te ad esempio, che hai tutto e scegli di stare in Siria.”

La sofferenza come prerogativa dei freelance, di chi narra, di chi scrive, di chi rischia, di chi non dimentica. Torniamo a casa. Torniamo a casa, e per un po’ stiamo zitti. e pure mì.
questa è l’ultima che scrivo da qui, perché tanto dice tutto quello che mi ha dato 3 mesi in Haiti: la necessità di stare zitti.

https://www.youtube.com/watch?v=i9ze6kwGBmA

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