Remewò – 1′ puntata

mawonDatemi del Pinot Grigio, o quel buonissimo prosecco freddo, quello a 3 soldi al litro del vinaio sotto casa. Quello che quando è caldo non lo senti, scivola giù che è un piacere, deglutisci bicchieri incurante del livello alcolico, partecipe della gioia delle bollicine sulla lingua, e migliore amico del gusto che si spande in bocca. E poi tutto è fresco fino allo stomaco, alle mani e ai passetti che il subdolo ti convince a fare, delle parole stupide che escono volentieri; e poi è salito in cima, ha issato il pennone, la scimmia fa la banderuola come quella della lego sul vascello pirata. Poi è troppo tardi. Ho questa immagine bellissima in mente a cui sono fedele. Il bellissimo sedere de la mia signora, e accanto, mi mare che lava i panni in canal. Ad un tratto passa una barca,  il marinaio, un solaziere incapace testa de baciro, da un relogio troppo forte, che schizza mi mare; il pàmpano. E mi mare s’alza troppo veloce, e tutti i vestiti andaron giù in canale. E allora c’erano mille colori che si spargevano in acqua. Ed il canale xera solo i colori e mi mare composta, li guardava a bocca aperta con la mia signora. E noaltri s’era lì. A guardare. Mentre il mondo intorno si muoveva, e i colori affondavano.
Ma qui non c’è nessuna immagine. Stappo le abitudini di questa generazione di cacasotto e affondo come un  nobile capitano con l’uncino in alto, dall’isola di Tortuga, a Nord di Haiti. Conquisto le belle figlie delle case francesi, le rapisco, poi le rendo corrotte, un po’ puttane, le rimando a casa e diventano spietate possidenti, che uccidono schiavi e fanno soldi a palate. Capitaliste in gamba le sorelle dalle piantagioni. Fingono interesse per Racine e Montagne e schiudono campi interi ai neri. Poi come pirata sono garantito e arrivo e uccido tutti: ammazziamoli e va in cùeo a to mare bellina! Ho una certa spietata integrità morale che mi conduce, senza esitazioni, ai soldi. E a tornare a casa. I mawon con cui mi riunisco la sera ai margini dell’isola grande, sulle catene e i palmizi  e le banane,, mi hanno allevato e insegnato il rispetto per quelli negri come loro. Sono bravi putei, ne ammazzo meno che non hanno schéi  e mi appoggiano nelle ritirate. Verso un po’ di rhum, in cambio, ai pochi che lo bevono. A me  manca il vino, e non me frega un casso del rhum, però lo fanno buono e mi sono adattato. Ai padroni francesi invece no, puzzano di stantio, e hanno le mani troppo lisce e fanno un vino che è una merda. Potrei ucciderli dopo che mi hanno teso la mano. Avete presente quegli stronzi su apocalipse now? Eh, come quelli. Coi cannoni e le figlie belle a difendere il nulla del loro piccolo avamposto in mezzo ad un mare di negri. Mare nero! Io sto nel mezzo, e bevo da entrambi i calici di questi due pazzi, metto da parte dobloni d’oro, che poi riprenderò la strada per casa  che crepino con questo cazzo di caldo. Ah gli taglierò le palle ai turchi stavolta!
Non mi venderanno in Africa! Non mi farò sorprendere! Loro e le grosse navi della Banca Mondiale che portano negri da una parte del  continente all’altro. Così che morto un negro se ne fa un altro. Xé na casso di fregadùra per me! Che non ci ho guadagnato niente, in quella traversata. Le solite stronze di Gorée, quelle puttane meticce che mi vendettero ai mercanti di schiavi, perché attentavo alle loro figlie. Onnipotenti le signore. Onnipotenti, ma mica tanto libere. Così che svaniva la mia possibilità di diventare mercante di schiavi, e mi trovavo mozzo  nell’anno del signore 1749, a 21 anni, in una barca di merda, che puzzava di diarrea e vomito, che sembrava fatta per dar da mangiare ai pisci lì sotto; ho buttato più carne negra ai pesci in quella traversata che rispetto a quelli che ho còpato in  9 anni che sto qui a Saint Domingue, nel mezzo del culo della colonia più ricca del mondo. Il paradiso in terra per i francesi. E io i francesi li ammazzerei tutti. Fosse per loro.
Fosse per loro e si guarda l’uncino steso contro la palma. Che sembra rincorrere le linee delle fronde, a basso statuto, a basso profilo,  e le venature delle foglie che arrivano fino al basso del tronco. Più in basso c’è lui nella capanna dei mawon che l’hanno accolto. Non è la prima volta. Come pirata della costa, spesso è incorso nel pericolo di essere ucciso: fuorilegge non gradito nei territori di sua maestà. Roba incredibile che lui se ne sarebbe rimasto nella Repubblica. Non fosse stato per i francesi maledetti e per i porci turchi… Loro lo hanno sempre riparato, i mawon, che lo usavano per liberare qualche negro parente ancora schiavo. Ci tenevano molto alla parentela, fra i piccoli campi ai lati dei villaggi rotondi, e le poche volte che aveva cacciato con loro si era trovato davanti alle varie invocazioni a spiriti e antenati che sembrava di stare a Goreé. Che lui gli antenati li malediva ogni volte che poteva. Razza di porci, mercanti. Eh si che avevano perso tutto durante…
ma si avvicina un negro. Si sfila l’uncino e smette di guardarlo.
– te piace a te n’è vero blanc?
– E’ inquietante. Dove casso avete trovato sto intrigo? Non ho mai visto nessuno indossarlo.
– L’emo trovato pe terra, i vecchi dicheno che è roba del’imperatore dei pirati. fregnacce vecchie. N’so sacre pe’ noi, sacri so gli antenati.
Il capitano Remewò, come lo chiamavano i gruppi di maronnage, si guardò le ferite infette.
– devì annattene te, Remewò. Sta ad arrivà qualcuno che non te vole. L’ammazza da li bianchi come te.
– Ma chi casso è? Ma che venga! L’ammazzo io, il negro… Sussurrò piano.
– No, c’ammazza pure da noialtri noi, se sa che t’emo tenuto te qui con noialtri noi.
–  Ma! Sono ancora ferito dall’ultimo scontro! Come casso pretendi che m’alzo da qui? Dove vuoi che vada? Ho perso tutti. Casso. Ho soldi. Gli darò quelli,
– Lui non vuole i soldi lui, lui uccide.
Il capitano Remewò stette immobile, per capirci qualcosa, respirò a fondo, tossì: un raspo in gola, casso. Forse aveva un po’ paura. Forse aveva? Che forse ? Eh si, li era seduto che tremeva, come davanti a un turco qualunque? Ah, i Turchi che l’avevano rapita, laggiù sotto Gerusalemme. Me maledetto quando son partito pe mare.
È evidente al lettore che lui non pensava queste cose. Stava per arrivare qualcuno che lo voleva ammazzare. Non aveva certo tempo da perdere.
E non so perché, non mi posso alzare, che ho le bende e mi fanno male, ho i dobloni ma sto selvaggio mi ucciderà, perché lui i soldi giustamente dove li usa gli schèi, che non saprà parlare manco tipo i mawon qui. Si disse, grattandosi il sedere. Come se stesse a far pensieri degni di una Rosina qualunque. Ahi, che poco coraggio. Ahi, che dura essere pirata. Tutti questi pensieri erano di molto veloci, non dovete immaginare i due poveri mawon che aspettano lui, immobili sull’uscio. Mentre lui pensa. Anzi, immaginiamoceli che parlano fra loro nell’attesa:
– ma me se dì che voi fratè?
– Che vojo che?
Eh si, perdonateli, stanno aspettando, non sanno cosa dirsi.
Poi il pirata pensò: La pistola?
– eh senti Makò, ma dove avete messo la mia pistola che vi ho visto a zavagiar a’ mi roba.
– Ah, Remewò e che però che s’è, e te sto a dì a te che questo t’ammazza a te t’ammazza a te, e pure bene, e te te preoccupi della pistola tua? te’l’dico questo t’ammazza pure co’n’cannone con.
Makò tacque. Remewò sbirciò nei suoi occhi. Le bende facevano male ma qui arrivava quello. Fenold, il fratello maggiore di Makò abbasso lo sguardo e disse:
– Se potrebbe ficcà pure nto la casa là, la casa del mestruo lì. Ce stan solo tre donne tre sti giorni.
Remewò, alzò un sopracciglio. Makò sembrò scosso, poi guardò Fenold, poi guardò le bende.
–  Se, forse, se, se potrebbe considerà il pirata… n’fondo un essere speciale. n’se potrebbe fa, ma te m’hai liberato Fenold, m’hai te.
– Eh. Apposta. Però, vojo dì proprio to lì? – disse Remewò nella lingua dei negri – Non c’è n’altro posto? Puzza! È roba sacra!  Lo so che nun ze pole entrare agli uomini. che stanno in quarantina. Non per le vostre signore eh.
Non dilungò molto il suo solitario deliquio nel creolo dei neri, questi qui descrivevano spade e fiocine sui costati, come fossero uccelletti, quando erano temibili torture, sangue rappresso e altre immagini da giazzarse el sangue adosso. Così da queste immagini convinto, si trovò nel càson, stretto davanti a due negre che cucinavano solo verdure, che erano impure per altri cibi, che c’era un certo taser, e ci si guardava impetrei. Per il resto, ci pensava il ciclo. Ancora non sapeva il nome di costui che lo voleva ammazzare, e lui, povero Veneziano, senza rhum, senza storia, senza nome pronunciato bene, mai una casso di volta, costretto con tre negre mestruate che lo tiravan tanto de ochi.  Male davvero. A riposare chissà quante notti prima che quelle bende fatte con fogliame non servissero più. Ma poi come si chiamava sto qui tanto periglioso? E chi era?
Una donna nel frattempo era stata istruita perché lo curasse:
– como se chiama mi signore?
– Remewò, negra.
Lei ficcò il dito nelle ferite, con il viso sereno come una vela senza vento.
-Scusa! Madame! Remewò me ciamo. madame!
Tornò il taser. Non ci furono altri scontri.
La notte fu lunga. Di lontano, d’appresso via via, si smaterializzavano, fra i bacilli che  saltavano allegri come le ciurme ai suoi ordini, da un lembo all’altro della sua pelle, i suoni di grida e qualche fiamma. Remewò guardava senza vardar davvero, con gli occhi annebbiati, colorati della polvere grigia che si stende sulle ferite, e contava i bacilli e i passi degli uomini che cominciavano ad arrivare. E sicché non era nato a Dorsoduro Remewò, ma a Cannaregio, sapeva bene, nella confuzion fra i casòn, che qualcuno doveva esservi arrivato, sentiva le armi, il legno, gli odori di gente nuova che arrivavano fino a lì, seppur i bacilli allegri, facevan bater la fevre, se pour moi, se pour moi, sussurava. Ora, prendendo congedo dal pirata, per non fa affezionare i lettori, troppo almeno, alle sue gesta di sguarciato in una tenda con due pericolose donne mestruate, si era proposta, ma credo ormai la diamo per scartata, una scena di sesso con le due nere come cura per la febbre e l’infezione. Una magia del tipo simpatica, che non intende divertente con simpatica, per quanto quella variante potesse anche esserlo, ma non conosco le possibilità di godere quando si sta male, non così troppo magari, così troppo malato come il nostro Remewò. Magia che, bensì si basa sul fatto che il simile produce il simile. Del tipo quando a Remewò fecero, sull’isola di Goreé, che è in Africa non ad Haiti, ma questo ve lo spiega dopo lui stesso, insomma alla fine qualcosa ha già detto poi. A Goré le tre maledette arpie, lo presero dopo che aveva attentato alla virgine possibilità della defloratio del meglio costudito tesoro delle loro figlie. A lui bastava una. Ma nemmeno una lo filò. lo denunziarono e si trovò a sfidare la possibilità di perdere la virginità, oh, no, non malevoli lettori, non in quel senso, ma la sua virginità di uomo coraggioso: messo alla berlina vestito da donna e costretto a danzare per le strade dell’isola, che eppure gli schiavi ridevano sotto le catene pesanti. Così fu che perse per simpatia qualsiasi diritto ad essere considerato seriamente. Per questo, dopo che uccise, ma no, va be, non allunghiamola troppo. Torniamo al punto, siccome ci sembrava eccessivo, e non eravamo sicuri che un’impurezza di sangue e fluidi potesse curare un’altra indegnità, abbiamo preferito tornare al presente. Il rischio, nella simpatia un po’ cialtronesca è di rendere Remewò una specie di ridicolo pirati dei caraibi, di Jhonny Deep in veneto stentato, mentrancque peggio ad un Brancaleone da Norcia. Per quanto siano grandi personaggi, Remewò è più cattivo. A lui interessa far fortuna. A lui spetta fa fortuna. Lasciamolo a guarire grazie alla medicina naturale, mentre il villaggio è occupato.
Mentre il villaggio era occupato e risate e parole nuove spuntavano come tanti topi col fuoco dal basso di un canale, Remewò contava gli uomini che aveva perso. Nel delirio che  aveva avuto, e con delirio si intende la sfortuna, aveva perso 20 uomini. Furono attaccati, mentre erano in rada da un gruppetto di 40 francesi di merda. Nel sonno, Remewò, ricorda, ne avrò copati 5 o 6, ma i suoi trapassavan a miglior fortune con troppa prescia perché lui potesse farci nulla, li abbandonò a ciò che il  destino aveva risolto per loro. I francesi erano stati comandati da messier de Villepassè, nobiluomo di Reims da tempo ad Haiti. Si diceva che fosse la punizione per la morte e lo stupro di sua sorella da parte di Remewò. Del resto, il pirata, aveva lasciato lì tutto, senza bruciare la dependance, e lo stuprò fu presto scoperto. Fra le foglie dei palmizi nani in prossimità della spiaggia,  tutti spegazzar de sangue ormai, si era introfulato con le ferite ancora aperte. Al di là di quanto vi lasciano credere al cinematografo, non ci si strappa la camicia e ci si fa bende. No, perché la camicia fa schifo è na camisa calterita, tutta. Meglio appuntare fogliame che si conosce, ma dopo, Remewò correva, lasciava rami spezzati. Con la pistola in mano si era fatto strado, un colpo, perché quello aveva e non era una colt, e aveva ucciso il solito scemotto francese ardimentoso e giovane. Non l’aveva neanche ucciso in realtà, ad una spalla lo aveva centrato, e si era messo sotto questi palmizi a correre. Sto drudo di puttana aveva fatto fuori tutti, pensava, ma qualcuno sicuro s’era destrigato de la su roba e aveva detto dove si trovavano in rada, altrimenti come aveva fatto a trovarli quel melenso di Villeps; ma mo erano cassi suoi, che Remewò non era morto e la spia l’avrebbe trovata.
Solo che Remewò, che era corso malandato al villaggio mawon che furtonosamente era poco più in alto,  non sapeva che Villepassè l’aveva seguito da lontano. Ed era lì, nel buio della foresta, in mezzo ai grilli che gracchiavano come i bacilli sotto il disinfettante naturale delle piante medicinali dei mawòn, lì che l’spettava per coparlo e pure i mawòn fuggiti già che c’era. Era lì, e nel villaggio c’era pure questa minaccia senza nome, nera che odiava i blanc come lui; che nessuno facesse la spia della sua presenza sperava, ma lo sperare era come nascosto dietro quella febbre, e le sue mani, sole, rincorrevano le sue ultime avventure, la pelle bianca della sorella di Villepassè, i fiori africani, belli e arancioni nell’isola di Gorè, e su oltre il deserto, fino ai Turchi, a metà di sabbia e porcate e preti islamici e  canti incomprensibili, fino al turco che l’aveva rapita e nascosta a lui, e su ancora, fino a Venezia splendente, e al vino con cui si festeggiava lo stomaco. E si rese conto, con la sua vita appesa ad un filo, (e non sapeva ancora del pericolo Villepassè), che la fortuna girava troppo forte e lo aveva lasciato sempre solo, ed era più solo di qualsiasi negro in Haiti. Quali catene poteva occasiospezzare? Al tempo ormai perso, avido, la Fortuna aveva dato una mano: dirigendo col suo fiato, Occasio in piedi sul mondo, in una direzione a lui traversia; non aveva che da concedere un inchino, e nuove ferite e sparute parole a colei che tutto prendeva. Poteva costruirla di parole Venezia, ma era sempre solo.
Grida confuse alla mattina, grida di morte, lo svegliarono. –

Fine prima puntata.

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