Due dettagli e due lotte e Dio.

Da quando sono in qui la mia monomania per i dettagli è aumentata. Non mi basta più guardare le scarpe ossessivamente come un Michele qualsiasi. Perché qui le guardano a me.

https://www.youtube.com/watch?v=cZ0NThN6Lrg

(A me invece piace vedere la gente, la gente che guarda le vetrine. […] Segretarie, bancari, casalinghe. Tutta gente normale. Sempre presa in giro perché fa una vita  non eccitante, i miei studenti poi mi dicono “piuttosto che entrare in banca m’ammazzo”)

Non volevo perdere la vista per guardare gli orizzonti, per perlustrare le montagne scoscese e le piazze. Dio è nei dettagli e nei dettagli c’è Dio. Così i dettagli mi hanno assalito dettagliatamente.

Il mestolo piccolo “a”.

Nel momento in cui ero più debole, in cui ero meno attento ai dettagli, cucinando, ho visto qualcosa che avevo già visto ovunque. L’avevo già visto nei negozi, mentre camminavo, nelle ceste nelle strade con le venditrici addormentate accanto. Un cucchiaio di legno. Squadrato in cima, con buchi simmetricamente disposti nel numero di 3 per lato. Tagliato in cima in modo non perfettamente obliquo. Questo cucchiaio di legno, probabilmente fabbricato in Cina o in India, è ovunque. Lo ricordo in tutte le case che ho frequentato: nella casa dei miei, in quella di Milano la prima in Via Attilio Regolo n.2, nell’altra di Via Cadore; nella case a Venezia, e in casa della mia ragazza. Ovunque lo stesso strumento. Ricordo di averlo notato anche in India, il giorno in cui facemmo una lezione di cucina, mai replicata, a casa di una signora di Jaipur.  Un oggetto che ricordo inutile. Troppi buchi e troppo grandi. Il riso cadeva, e la pasta a malapena restava in equilibrio; con gli spaghetti era completamente inutile. Era con i liquidi che rivelava un qualche possibile utilizzo, i buchi lasciavano passare l’acqua imprimendo (o ne dava la sensazione) una forza maggiore mescolatrice al circolare del brodo, della zuppa o di quello che stavo liquidamente cucinando. Ma era una probabile funzione. Non permetteva poi di assaggiare la zuppa: dal quadrato scivolava tutto nei buchi.
Senza che nessuno ne conoscesse l’utilizzo e la comodità, senza che nessuno ne conoscesse la nascita, l’ideatore, quel cucchiaio era ovunque, è ovunque. Non è solo simbolo della globalizzazione delle  merci. Dimostrava, con la sua inutile esistenza e la sua persistenza in ogni luogo del globo, la forza simbolica del mercato, la sua valenza interculturale, la sua capacità di svuotarsi di senso. Era un oggetto non voluto, non desiderato,  non pensato, non cercato ma persistente. Era oltre la cultura, oltre il soggetto e le sue possibili capacità di scelta. Un oggetto alienato da se stesso. Come sola caratteristica quello di assomigliare ad altri oggetti che avevano una effettiva funzione. Infiltrato fra i cucchiai e i mestoli di tutto il mondo, ci spiegava la condizione umana. Era spaventoso. E’ spaventoso.

(avevo pensato ad una storia Horror con questo cucchiaio. Penso la scriverò a breve. “Zombi, Voodoo e un cucchiaio” si intitolerà)

I suoi tre buchi non riuscirete mai a riempirli di significato.
I suoi tre buchi non riuscirete mai a riempirli di significato.

Il fumo
Le sigarette puzzano. E io non ho mai fumato. Odio il fumo. Ho fumato solo narghilè in vita mia. Non fumo canne, mai. Perché è una promessa a me stesso, e perché sono un’anarco-comunista, (buh!) e quindi facendone una questione ideologica riesco a bloccare qualsiasi intenzione. Confrontarsi con se stessi, e le proprie idee, è più difficile che confrontarsi con un Io esterno ed assassino.
Guardo sempre cosa si fuma in giro per il mondo, il modo in cui si vendono lei sigarette le confezioni, la disponibilità, il costo. Lo faccio perché i vizi e il modo in cui vengono gestiti dalle società, abbastano alle volte a dare un quadro completo di un’intera cultura e io i cazzi miei  non son mai riuscito a farli.
Qui ad Haiti, dei pacchetti verdi, o rossi,  con C sopra e una sigletta: Comme il faut, sono venduti in piccoli banchetti quadrati.  La sigletta è anche la marca. E’ una compagnia locale posseduta, come sempre, da una compagnia con sede a Louisville, Kentucky, USA. Ce ne sono molti di questi banchetti per la strada, possono essere anche appesi al collo di giovani venditori. Si vendono anche singole sigarette come in molti paesi più o meno poveri del terzo mondo, o comunque li vogliate chiamare. Che una sigaretta non si nega a nessuno.
Ero soddisfatto – prima – di questa disamina. Poi, vidi una ragazza fumare scendendo verso casa, fra una buca e l’altra, in Route de Delmas. Beh, niente di straordinario direte. No, perché, occidentali bianchi a parte, non avevo mai visto fumare nessuno. Ragazze men che meno, chiaramente. E lei, che si portava la sigaretta alla bocca come quelle donne che vogliono dire “sto fumando”, era davvero il primo haitiano fumatore che vedevo. Come un’idiota avevo guardato le sigarette e non i fumatori.  Perché? In realtà non lo so ancora con sicurezza. Ho pensato a qualcosa di religioso, così ho chiesto se fosse peccato. Le piccole sette cristiane e non hanno sempre, fra i peccati capitali, qualche dettaglio da governare delle vite quotidiane dei loro discepoli. A quanto pare solo i cattolici fumano. O così dicono i Battisti… Del tipo: “eh si, fa male. Solo loro fumano. E tu fumi? Di che religione sei?”.  Non fumavo ed ero cattolico, un bella matassa di intenzioni e peccati da sbrogliare.
Dal fumo a Dio il passo è breve: Dio è nei dettagli.

Le pubblicità ad Haiti sono affreschi lungo i muri. Affrescatori provetti li vedi camminando.
Le pubblicità ad Haiti sono affreschi lungo i muri. Affrescatori provetti li vedi camminando, che con squadre e matite tracciano scatole e insegne e confezioni.

Due lotte.

Da quando sono qui me ne sbatto un poco allegramente tanto il cazzo delle nostre vicissitudini politiche. Uno sguardo quando m’annoio e sono a casa ai giornali ma niente di più. Tranne che per due battaglie. Quelle continuo a seguirle, a cercare informazioni ogni giorno. Sembrano due dettagli: il referendum  del 24 maggio a Bologna per l’abolizione dei fondi comunali alle materne private, e il sito internet e la campagna contro le slot-macine nei bar. Sembrano due cose insignificanti. Eppure ricordo quando pochi anni fa  per l’acqua pubblica un intero paese si è mobilitato. La quotidianità della lotta politica è ricordare come tutto sia politico, come nei dettagli ci si trovino il capitalismo e un’intera società. Come 103 bambini in attesa in graduatoria e  i soldi per le paritarie cattoliche e l’impoverimento e il degrado di  vecchi/e  e giovani che giocano i pochi soldi che hanno, siano una questione Politica.
Basterebbe guardare chi ci sta dall’altra parte: CL PD PDL Bagnasco il Papa Vescovi e preti delle parrocchie e Cooperative rosse e bianche, insieme schierate contro il referendum, per l’opzione B.
La campagna antislot  invece è  per ora solo segnalazione di bar con slot e boicottaggio degli stessi (encomiabile come poi, non semplifichino il problema, ma lo vedano nella sua complessità: vedi sito). Nondimeno,  appena la campagna ha preso piede, l’associazione delle industrie che ricavano soldi da quelle schifezze ha cercato di denigrarli.
A volte è inutile andare a cercare popoli lontani con l’idea da buoni Bianchi Saggi e coscienziosi di dire qualcosa di sensato sui loro guai. E’ inutile perché  raccontare le loro disgrazie è solo la nostra personale avventura. Ci si gonfia di ragionevolezza di fronte a vittime di ingiustizie eterne. Si parla di un presente che è senza fine. Si guarda la vittima, si prende in cura il momento il dettaglio, l’attimo in cui soffre e la si abbandona nelle cause strutturali di quei dettagli: che hanno mandanti; che hanno colpevoli; che hanno responsabili.
I dettagli non sono Dio, ci trovi Dio dentro.
Dalle  FAQ del sito Senzaslot.it:

Siete moralisti?

No. Il nostro non è un giudizio morale sul gioco, è un giudizio sociale e politico sul meccanismo delle macchinette mangiasoldi. Ci rifacciamo alla tradizione di lotta della sinistra anticapitalista contro l’alcoolismo, l’eroina (“Eroina, fascisti e polizia / dai nostri quartieri vi spazzeremo via”) ecc. Chi è schiavo delle macchinette non potrà ribellarsi dalle altre schiavitù di cui è vittima in questa società. Non condanniamo e non giudichiamo le vittime della dipendenza, ma i padroni delle macchinette che si arricchiscono sulla miseria e sul degrado psicologico che creano.

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