Haiti, o la patria del neoliberismo: o è l’instabilità che ci fa saldi ormai negli sgretolamenti quotidiani.

Quotidianamente pensare ad Haiti sembra essere, normalmente, un vizio solo un poco austero su una nazione nera e infelice, che ha avuto occasione di nascere crescere e morire vivendo, sotto il culo dell’occidente, a sud degli Usa, a ovest di tutto, a nord dell’equatore che sembra tanto lontano. Pensare alla quotidianità di un paese significa farne la propria quotidianità, e no, non  facile, e no, non c’hai voglia, sei stanco a volte. I volti e gli spettacoli di un’isola che è montagna e montagna e montagna e mare sulla montagna, che certe spaccature, come fiordi fra le lamiere e i pinnacoli albericoli di ferro per il cemento armato di case e mura mai finite, come tagli sembrano Genova o la Liguria, anche quando ti addentri, fra le bidon ville e lo sporco costante (alla faccia del riciclo) per la gioia dei suini neri che scorazzano per le lande in cerca di cibo, anche quando sei lì, ti domandi se quelli che dicono che i poveri sono felici non sono tutti scemi. Oppure sono solo ricchi. A me sembrano come tutti gli altri. Donne bellissime per cui gi uomini si voltano, vecchie austere,donne brutte e bambini belli, ma anche bambini stronzi capivillaggio e capibanda di bande di gambette che si mangiano le stradine e gli angoli delle case per sfuggire, ma allo stesso tempo, sempre, impressionare il tuo sguardo e blanch! lanciati, e gente antipatica, altra infelice e affammata, e umiliata dalla povertà, altra che  vive tutto con dignità statuale. E tutti intanto ti stanno guardando i sandali, nel mio caso. Le scarpe. Prima che la faccia: le scarpe. La primogenita decisione di categorizzarti che nasce dall’accorgimento prospettico straniato di chi non c’ha manco i soldi per rifarsi le scarpe. Cioè io te guardo  quelle perché chi c’ha i soldi di solito ha buona scarpe chiuse. Sto coglione, fitto dietro i loro sguardi lo leggo (kannannan, idyo), si tirano su e alzano un sopracciglio, l’altro è basso e da il ritmo giusto al fatto che se c’hai li sordi sti sandali so na porcata. Gusti loro, selvaggi occidentali. In realtà i poveri, i poverissimi, sembrano svegli e più moderni di me, ma hanno le facce stanche a sera, quando tramonta. Ridono eh, parlano, scherzano, parlano a voce alta, sostenuta, ma negli occhi c’è stanchezza vera. Quella che vedi di solito, da noi, dopo ore di fabbrica. La stanchezza del fatto che le cose non cambiano. Mai. E quindi taglierei le palpebre a chi trova belle le periferie orrende di questa città a chi si balocca con la etnicità di un sguardo povero, a chi fa video in cui pensi: oh ma che ficata Haiti.
Haiti è la patria del neoliberismo, e non lo sapevate. Non c’è Stato ad Haiti. Non c’è mai Stato uno stato ad Haiti. Un po’ come per gli immigrati in Italia. Non esiste lo Stato, esiste un potere che ti impedisce di vivere. Ma ad Haiti meno. Non c’è a volte neanche questo. Vaghe forze di polizia, se poi lo stato è retto dai narcotrafficanti, capirete… Haiti è il trionfo dell’élite neoliberale. Qui i ricchi sono ricchi per davvero, ma che voi manco ve lo sognate: mi diceva una signora belga di buona famiglia, benestante: oltre ogni tua immaginazione. E hanno in mano lo Stato, Stato che non esiste. Ad Haiti conta l’umanitario, contano le ONg, e gli Usa e le élite ricche. Sono le varie comunità internazionali che tengono per mano, per le palle la nazione. E’ un affare d’oro Haiti. A frotte i militari Usa dopo il terremoto sono arrivati: che ne faranno di armi quando non hanno più niente? Niente. Non si sa. Lo stato non è che mano lunga degli interessi di pochi, il resto è privato. E’ tutto privato ad Haiti. L’acqua lo era fino a poco tempo fa, ma non capisco bene oras lo sia più. Ville e mura e guardie armate di mitra  vi accolgono ovunque nelle case dei ricchi e degli internazionali. L’Ue spende cifre considerevoli di vostre tasche per una villa con piscina del suo delegato per i progetti di sviluppo in questo povero quarto di Hispaniola. Haiti è roba francese e USA. E’ terreno di scontro fra ditte Usa e orientali. Ci sono molti lavoratori da est, dalle filippine  ma non solo. Colombo arrivasse oggi, troverebbe finalmente l’oriente e non i  Caribe. Le fabbriche Usa fanno affari d’oro, e i cables di wikileaks hanno rivelato come gli stesse sulle palle una proposta di legge di pochi anni fa. Passare a 61 cent di dollari lo stipendio base dell’operaio haitiano del tessile. Troppo per loro, così che l’amministrazione Obama si è data da fare perché restasse a 31cent di dollaro. Naturalamente i cables rivelano anche la sudditanza politica, e la solita cosa del leader che va contro gli Usa che viene silurato dal colpo di stato e boicottato in tutti i modi. Così che Aristide, padre Aristide per l’esattezza, teologo della liberazione, viene fatto fuori due volte, che non sia mai! 1990 eletto, e ’91 colpo di stato e negli anni 2000 ancora una caduta. Poi anche lui impazzisce per il potere e da una mano all’amministrazione Usa e al popolo haitiano nel decidere di cambiarlo a metà anni 0 (sempre però anche per la noia di politiche troppo antisistema). Haiti studente modello dell’FMI. Haiti che è colonia e tale deve restare. Haiti in cui tutto è privato: persino il trasporto pubblico, che non è pubblico. Ma sono piccoli privati che lo mettono su, che chiaramente aspettano che il bus sia pieno, si prendono il tempo e i tragitti che vogliono, hanno prezzi contenuti, ma che funzionano male. Gli internazionali non lo sanno, loro usano le macchine, gipponi alti e bianchi che sono gli unici che contengono le strade traballanti del paese. Pochi estremismi politici ad Haiti. Anche l’attuale presidente si comporta da padre padrone, sceglie sindaci, sceglie ministri e li cambia, si scoccia se parlano male di lui, fa mettere cartelli in cui dice: viva Martelly, a cazzo li fa posizionare lungo le strade, rosa, perché ha fatto, dicono  cartelli, in qualche posto, i marciapiedi. L’Fmi è tutta felice che si  combatta  l’inflazione ed è di pochi giorni fa la notizia di un accordo e nuovo prestito per qualche milione di dollari, bassa inflazione e che non ci siano protezioni ai prezzi con calmieri diretti, e la gente continua a non avere soldi per mangiare. E le fabbriche straniere hanno sussidi vari in termini di costi dell’elettricità, che c’è e non c’è. E la notte le rupi a cavallo fra le colline scoscese, i tagli sul monte, fanno sembrare le slumville una betlemme del presepio, con le capanne e i lumini delle candele accesi.

Quotidianamente pensare alla propria strada lontana, la casa, la terra e il cielo, e i banani e i manghi che non sono come le quercie di Assisi o i ponti di Venezia quotidianamente sovrapporre storie diverse. Questioni private dentro storie molto grandi. Non si può aver paura del proprio sguardo, del tempo e dello spazio che si è deciso di scegliere di abitare, in cui venire, in cui stare. Il cielo tropicale del mediterraneo senza memoria che sono i Caraibi, il caldo eterno che fa qui, come sulle sponde di quello che in fondo è ciò che gli uomini prima di noi e le nostre sensazioni ci indicano come casa (così che affacciarsi sul mare a Tunisi o in Turchia o a Marsiglia ti fa dire: questo mare racconta mille storie e ognuna è mia privatamente e nostra allo stesso tempo). Non averne paura del posto e del tempo che si abitano,  significa essere attenti. Fare attenzione. Fai attenzione, sii padrone di te stesso. Scegli una parte. Fai attenzione. Attenzione a tutto, ai dettagli ai denti, alle squame all’odore,allo sporco alla cacca alle buche al cemento alle radio ai cellulari alle antenne ai canali agli sguardi alle magliette agli occhiali da sole ai libri alle penne al cibo. Per essere padroni di se stessi occorre essere attenti.
Haiti è il nostro tempo; è più moderna di te stato sociale europeo che muori. E’ più moderna delle diciottenni che si fanno il video su youtube (prediciottesimi li chiamano). Io li chiamo disperante rendersi conto del tempo che pass quando Tutto sembra senza limite. Qui tutto ha un limite, qui si muore sempre. L’altra sera si diceva di questo cooperante morto in un incidente. Le europee lo piangevano giustamente, il ragazzo haitiano al nostro tavolo dice nel momento peggiore: è così, la morte, la naturalità delle cose, non c’è da piangere. Cose su cui tutti concordiamo. Su cui tutti conveniamo dopo lo shock. Niente shock qui, è velocissimo. Il tempo è finito marmocchi, che non lo sapevate? Bella scoperta la morte. Quante volte vedrete ancora questa luna? Quante volte questo tavolo? 20 volte? Quante volte vedrete ancora vostra madre, vostra moglie i vostri figli? Dieci? 2000? Non sono mica poi tante, quando arriverà la 1999esima non ce ne accorgeremo neanche. Quando di qualcuno che abbiamo amato, di una città in cui abbiamo vissuto, arriverà il totnumdivolte concessoci per fare/vedere qualcosa sarà tutto già terminato. Scegliersi la parte del tempo che viviamo, del tempo che ci rimane è tutto ciò che abbiamo di questa vita. E dei problemi della quotidianità in Italia e qui e nel mondo. Scegliere il tempo che ci è dato: Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni! Dice Frodo a Gandalf. Anche io, ma possiamo disporre solo del tempo che ci è dato,risponderà, appunto, Gandalf. Sempre Tolkien ricorda come tutto il Signore degli Anelli, non fosse  che un tentativo di  chiarire il ruolo degli atti imprevisti della volontà dei piccoli. E di come in questi gesti senza speranza ma piena di forza (la speranza uccide, il tempo finisce, poca speranza) fosse sempre inscritta la possibilità della morte stessa. Senza confine, senza fine, siamo solo viziati patetici, ogni scelta non ha valore, e l’occidente ci ha donato questo giocattolo pericoloso. Mentre scegliersi la parte è non solo nostro dovere, è tutto ciò che abbiamo dalla vita. La libertà di scegliere, quotidianamente.
Dopodomani è il 25 Aprile, mai come ora, mai come qui, mai come in Palestina, mai come Grecia, mai come nel mediterraneo, mai come in Europa, mai come dentro casa nostra.

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