“Where are we now?” o la fine del secolo.

Per chi si fosse perso, in questo inizio d’anno e in un Gennaio caldo come pochi altri, David Bowie ha fatto uscire il suo primo singolo dal 2003. Un pezzo che è un classico, già. Un testo che racchiude tutta “l’urgenza” della morte. Del tempo poco che resta anche al ricco e più che soddisfatto da vita, carriera e amori di bellissime donne, Bowie. Un vecchio che paziente attende. Mio nonno disse una volta che la morte ci sta sempre dietro. Ciò che cambia con l’età è che si fa sempre più vicina. Ogni passo che tu fai, lei ne fa uno in più, uno più veloce. Molto banale il sentire umano. “Just walking the dead” dice il testo di Bowie.
Se dietro il testo c’è la Berlino e i luoghi della Berlino che lui ha vissuto da protagonista a fine anni ’70, davanti c’è l’uomo a fine dei suoi giorni che sa far altro che osservare questa umanità che passa: sorpassa i momenti, compie riti di passaggio quotidiani moderni: “un uomo perso nel tempo vicino a KaDeWe”. Postdamer Platz, Dschungel (la discoteca) e Bosebrucke. Non ha scelto posti a caso. Postdamer Platz era la piazza che divideva, immenso campo bruciato, est/ovest. La discoteca, che è chiusa dal ’93, era dal 1978, uno dei ritrovi della Musica a Berlino: da Nick Cave allo stesso Bowie. E Bösebrücke era il ponte fra est/ovest, uno dei primi a cedere dalla pressione popolare nel 1989. Quando fu costruito il muro, il ponte era per 10 metri circa nella zona Ovest, e il restante nella zona est. Per questo fu chiuso. Era impossibile attraversarlo. Un ponte verso il nulla da entrambi i sensi. Il testo è denso però: Bose in tedesco è anche “male” (in realtà Wilhelm Böse era l’eroe della resistenza a cui fu intitolato). Dschungel significa invece Giungla. Così che cantare “Sitting in the Dschungel” significa anche “seduto nella Giungla”. Perso nel tempo in una discoteca chiusa da esattamente 20 anni, nella giungla di una città. E poi il verso che tiene racchiuso il senso di tutta la canzone: “Twenty thousand people cross Bösebrücke, fingers are crossed, just in case”.  20.000 persone attraversano Bosebrucke, le dita sono incrociate, nel caso in cui…(?)” In ogni caso mi sembrerebbe di banalizzarlo traducendo o spiegando di più. Il significato sembra molto banale in fondo, conta il modo in cui lo diciamo a volte si potrebbe dire. Solo che non è così che la vedo io. Non è solo attraversare il ponte, come lo hanno attraversato le 20.000 persone il 9 novembre del 1989, o come ogni giorno lo attraversano, camminando con la morte, incrociando le dita, che il caso decide per tutti noi, prima di noi. Non è solo il ponte che ha sempre a che fare con il diavolo, che ha sempre bisogno di una vittima sacrificale per poter restare in piedi, non è solo il ponte, luogo pericoloso fra due mondi per antonomasia, che è ponte delle anime, che è ciò che unisce cielo e terra. Non è solo l’età che si consuma e il “dove siamo noi?” retorico che suona, nel momento in cui, noi esseri umani restiamo qui su questa terra, e qui ci chiediamo dove siamo? perché senza di noi, senza io e te, tutto ciò non avrebbe in fondo significato. Così che “finché ci sarà pioggia o, finché ci sarà la pioggia (che a berlino non manca mai)” “As long as there is sun, As long a there’s rain” non basta e si chiude  con “As long as  there is you/me” perché senza c’è poco da significare, sono solo fuoco sole pioggia. Più eterni di noi, ma senza parola. Noi persi pure nel tempo, camminanti la morte, che viviamo posti che non ci sono più ma che significhiamo qualcosa. Soggetti alla morte, ma pur sempre soggetti, per quanto divisi: noi, io e tu. Non è solo questo “Where are we now?” non è solo ragionare sulla stagione che non ritornerà , sulla Berlino scintillante elettronica che ha visto le magnifiche musiche di Bowie cambiare. E’ in modo molto complicato anche, un addio. Un addio al ‘900. Dove ci troviamo adesso? è una domanda che si può fare solo un uomo del ‘900 e che dal ‘900 è uscito. Ecco, per me, il 9 gennaio 2013 è finito, anche artisticamente, il ‘900. Sapete la teoria, molto novecentesca, che i secoli siano lunghi o corti a seconda non delle date ma dello Spirito dello stesso? Finisce così. Con molti reperti e sopravvivenze, ma questo è il suo canto funebre. ed è molto bello. Berlino è il ‘900: nel bene e nel male. Più di una New York che dell’Orrore di questo secolo non ha visto nulla, lo ha solo esportato. Più di Parigi che ha solo continuato a leccarsi le ferite del passato. Più di Londra. E Berlino compare dietro le immagini dei due amanti nel video: in bianco e nero, pieno novecento. In una casa che è un museo pieno di roba da interpretare, un Bowie vecchio, e un sacco con su scritto: “Grazie per aver fatto shopping con noi” e lui con indosso una maglietta con su scritto: “Song of Norway M/s” una vecchia nave da crociera, ormai fuori servizio, la prima di linea nel 1970 per la Royal Carribean. Una similitudine anche abbastanza semplice da decifrare. Il secolo del mercato e dell’artista che fa  marketing: che vende come un KaDeWe qualunque. Nelle immagini dietro, la Vittoria alata della colonna omonima. Quella del film di Wenders  “Il cielo sopra Berlino” da cui si vede tutta Berlino, la vita delle persone che scorre. Da cui si vede tutto il ‘900.

L’interpretazione è forzata, non è quello che Bowie vorrebbe dire, non credo che lui abbia pensato al ‘900 (questo non invalida il resto dell’analisi, anzi). Probabilmente pensava ai cazzi suoi. Ma consegnata a noi, credo che di questo parli.

E lo spettacolo di stasera ci ricorda di come tanta gente e abbia troppa paura della morte. Di andarsene, lasciarci. E’ il passaggio che gli manca. Vuole restare qui. Non lo sa che moriamo tutti e tutti veniamo e verremo dimenticati? No, il presidente non lo sa, si aspetta una tomba con su scritto, “era una brava persona”. E cosa ci costerebbe a noi dargliela? Stringe le dita come tutti il presidente, ma le stringe troppo forte. Non è solo questione di livellatrice. E’ paura che vengano Altri inconoscibili: altri stranieri scuri di pelle e nell’esprimersi, Altri sulla mia poltrona, Altri nella mia città, Altri nel mio tempo (che è sottilissima come paura: il mio tempo della vita e gli anni delle cose che accadono: la Storia), che vivano ciò che non posso vivere, Altri che godono di donne che non posso godere,  di cose che non posso comprare. Il ‘900 è l’impossibilità a lasciare entrare gli Altri. L’orrore del soggetto che abbiamo di fronte, che diventa parte delle nostre relazioni quotidiane. Dal colonialismo, allo sterminio, al capitalismo, all’individualismo, al totalitarismo, al razzismo. L’essere umano che abbiamo di fronte è da sempre un abisso. Cambia al massimo il modo in cui le società cercano di metterci insieme? cambia la domanda forse? (non chi siamo, dove andiamo, ma: dove siamo ora?)

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