il nome delle cose

 

Come quella volta, era novembre e pioveva tanto, la città era come sotto una doccia sporca di calcare, con gocce più grandi e più piccole, a seconda dei fori, i vetri ne erano pregni – sudavano – acqua e dal basso e dall’alto, da destra a sinistra, ogni cosa era come fradicia, smunta, cadente, pericolante; come di quel colore freddo, fangoso quando l’inchiostro nero che si scioglie si fa pappa insieme alla carta e tutto diviene illeggibile, che l’acqua frastagliando i contorni, dall’alto al basso, rendeva tutto sfumato e fumoso così che, illeggibili, erano pure i contorni, a destra e sinistra del suo campo visivo, di quello che inquadrava e l’orizzonte intero era chiaramente spacciabile per un complesso meccanismo filosofico che spiegasse (come quella volta che era in macchina con mamma; e aveva tre anni e non ricorda che quello che lei ha raccontato; per cui ha ricordi con gli stessi contorni indefiniti di quell’acqua che cadeva sulla città di quella sera in macchina: quella sera che quando vide cadere quell’albero per il vento forte e oscuro che arrivava da nord est tutto sembrava dovesse essere spazzato via da refoli fortissimi), srotolasse la soluzione di un mondo difficile da raccontare, da vedere; l’impossibilità di leggere quella città quell’acqua; come i vecchi viaggiatori che si perdevano nei loro viaggi e descrivevano cose che non c’erano, come quando tralasciando lo studio leggeva le carte di Niccolò de Conti, e si immaginava come la bellissima sua moglie, a viaggiare per l’India convertiti all’Islam, e come lui che arrivava e vedeva cose che non c’erano, rovinava i nomi delle cose e delle città, storpiava e non riusciva ad afferrare le cose e alla moglie indiana magari parlava di Venezia, e di come era bella, ma era un chioggiotto – diceva il suo compagno di corsi veneziano – per cui forse questa moglie indiana che lei sognava di essere, aveva anch’essa solo l’apparenza di un nome, un sogno traslucido come i riflessi di pietra di occhi di tigre di una città che era in realtà solo piena di sale; così che nel sogno anch’essa svaniva in un’epidemia di peste al Cairo, nel giorno del ritorno, insieme a due dei 4 figli e lei sperava fosse solo un momento, un attimo veloce un sogno che mescolava la sua India e questa città chissà quanto aspettata; che poi Niccolò tornando come tutti gli uomini abiurava la fede islamica, abiurava quella storia e chiedeva perdono e la sua bocca tornava a parlare con suoni diversi, sbagliati, che male sapevano dire e disegnavano un mondo dai contorni frastagliati, impossibile da capire tutto, come quella città: in cui lei era arrivata senza carichi di speranza, che la speranza non era cosa per lei che studiava storia e come la storia insegnava di speranza erano carichi i treni di poveracci e le navi erano galee di schiavi pieni di speranza di non essere più schiavi e quella speranza li faceva lì schiavi, che senza speranza si sarebbero suicidati e non sarebbero stati schiavi più, di nessuno, e lì allora, al compimento del quarto giorno di Giugno dell’anno 2011, quel cielo nero era lo stesso del novembre in cui era a casa ad aspettare che tornasse da lei, del resto l’attesa sotto quell’acqua dipingeva parole sconosciute e rapide saette di immaginazioni fra le persiane e i muri cadenti che comparivano dall’altra parte del canale, nella bellissima casa nuova, cucina nuova bianca mattonelle lucide che si specchiava nel suo appartamento sito a Castello, 6890, non tanto per invidia che sicuramente se l’acqua fosse uscita calda, e la caldaia non si bloccasse a giorni alterni, come quella volta che, quasi esplodeva, come bocca di cannone troppo carico di polvere, perché il coccio che proteggeva dalle fiamme e dal gas era crepato, e aspettare che tornasse dalla lunga giornata era il suo modo per essere allegra, per non staccarsi mai troppo da quella sana filosofia che le faceva dare il nome alle cose che aveva per mano in quel momento e rifiutarsi di dire soltanto quelle che erano all’orizzonte, quelle che erano su altri canali, sotto altri ponti che avrebbe passato solo poi, e il potere di dare queste parole un calcio dopo l’altro, accumulandole sotto le mille storie che la riguardavano, quel novembre che ricordava così bene come pioveva riusciva ancora a parlare senza perdersi; era in città da appena due mesi e Venezia ancora non le aveva chiesto il prezzo altissimo delle sue parole, era lì da poco e ancora non ne sapeva parlare bene, non sapeva mai bene dove andare, doveva chiedere ad altri che le illustrassero le gambe la pancia le vene e sapessero istradarla verso il cuore, che ancora la sua R di ragazza nordica era intatta non si fermava a metà bocca floscia, arrivava e scoccava dritta sui denti come quando faceva l’amore con la persona che stava aspettando lì in quel novembre che ricordava e ora come quella volta a novembre aspettava qualcuno, ma la cosa diversa era che il labirinto grammaticale che le possedeva la testa e negli occhi e nelle topografia istintiva che i suoi piedi conoscevano non le consentivano di essere allegra perché sapeva che corte c’era dopo quella calle, e sapeva ormai di essere prigioniera di Venezia.

Finalmente è arrivato. Finalmente! Berranno uno spritz sicuramente. Sicuramente. E lei le parlerà del presente che teme. Di quest’anno che ha studiato storia, che ha preso lavoro part-time che ha lasciato gli studi. Non lo vede da novembre. Da novembre? Da quel giorno che l’aspettava, e non è mai arrivato. Pioveva troppo forse. Non lo sa, non se lo sono mai detti. E’ restato il loro piccolo segreto, che lei non ha voglia di esplorare. Quella sera quando l’acqua si è abbassata dal basso e alzata dall’alto, e il vento si è calmato, è uscita a cercarlo, nessuno fra i baretti, non in Erbaria, non in campo l’ha visto. E si è sentita come la moglie sfortunata che cerca l’uomo che se ne andato a pescare e non è mai tornato, perché la barca è stata travolta e nessuno, tranne i pesci l’hanno visto affogare, e i pesci che domani troverai al mercato sono quelli che insanguinati hanno visto l’aria uscire dai polmoni di tuo marito, così che capisci che c’è qualcosa di epico in questo morire a vicenda, in questo assassino che è stato visto morire dalle sue potenziali vittime, vittime poi morte per mani di altri assassini, così che non si sfugge mai neanche per colpi di fortuna ai rovesci e ai disastri, pure quelli economici, perché prima o poi bisognerà pagare i debiti. Solo che lei la moglie sfortunata non la sa fare, e quando si è accorta che lui era scomparso, si è semplicemente fatta consolare dalla città, ha vagato, camminato per un poco e la storia della città l’ha consolata della sua così piccola. E se in campo poi la vedevate bere un prosecco con i suoi seni felici non era perché non ci pensasse, era perché lei non era una delusa in amore. Non era delusa da niente. Perché usava le parole per dire il passato e il presente appariva sempre poco degno di quelle parole così alte lontane. Per cui era facile essere felici, indossare magliette attillate dei Ramones e godere di attimi e minuti. Non c’erano responsabilità di sorta che potevano spaventarla, non era la moglie di qualche Doge imponente o di qualche nobile veneziano che comandava navigli a Lepanto, era solo qui.

Poi le toccò di lavorare. Perché la seconda rata era alta, l’affitto ragazzi devo aumentarlo mi spiace non l’ho mai alzato in questi anni, (tanto è tutto in nero maledetto porco), mi spiace, (immaginiamo quanto), e quindi ora sono 350 le singole, (50 euro in più, che tu possa usarli per la tua bara) (stronzo), arrivederci (addio). E quindi con la sua coinquilina preferita che se ne andava, lei non aveva cuore di lasciare quei metri quadri a Castello, spostarsi a Dorsoduro con Antonia non era nemmeno contemplabile, al massimo Cannaregio, i fighetti che compravano appartamenti da far morire poi per le loro vacanze annuali li odiava e non voleva ritrovarseli al piano superiore. Per cui dovette lavorare. Si trovò un posto part-time in un ristorante di pesce. Un buon posto, pagavano bene, era sempre a Castello, arrivava in poco tempo dalla casa al 6890, scendeva da San Giovanni e Paolo e arrivava veloce, si insinuava fra le comande dei turisti, conosceva cuochi e vecchi camerieri, habitué le riempievano la giornata di tante storie vecchie della sua nuova città. Era un’altra lingua che apprendeva piano piano, nuovi termini, e di Venezia si sgretolava il vocabolario alto e massiccio che aveva in testa, e la storia scoloriva via lenta con solo l’erosione acquosa di un mare di C dolci, di C che perdono forza, e di giorni di D e G che si confondono, e il presente di bestemmie e vino imbellettava la sua presenza, restituiva una città viva, cui il passato faceva da dispotico nemico perché parlava con la bocca di gente che non viveva la città davvero, si innamorava di un fantasma. I tanti studentelli accorrevano ad un sogno, ma la realtà reclamava. Parlava con i suoi colleghi camerieri, con i fratelli di loro che facevano trasporti: magliette con le maniche tirate su, carichi pesanti, e “permesso”, “attenzione” che falcavano la città. In molti la abbordavano, ma lei non si faceva toccare poi troppo, non che fosse frigida, solo non aveva le parole giuste per donarsi o non donarsi, ed aspettava sempre troppo.

  • Xè vero che il presente è un bastimento di responsabilità -le disse un giorno il vecchio manutentore del forno del ristorante.

Si rese conto solo dopo di avere responsabilità anche verso gli altri, oltre che per la propria felicità. E di avere imparato nuove parole che le permettevano di aggiungere mattoni e disegnare un orizzonte vasto e finalmente consapevole. I bordi restavano sbilenchi, era lo sguardo che si era affinato. Gettava nell’immondizia libri che avrebbe tenuto più della sua vita, ma che non parlavano più di lei e della sua generazione. Stufa dei soliti discorsi sullo stato dell’arte contemporanea che le sembravano inutili orpelli sulla bocca di tanti, che la fabbrica chiudeva uguale, che usavano parole lontane. Buttava guide di Venezia, dove Venezia appariva un gioiellino statico per le ansie maschili e i peni giganteggianti degli ego di questi improvvisati pennaioli. Come le aveva detto quella volta quel suo amico di notte in barca, che si erano baciati e lui per dire qualcosa di intelligente si era buttato a capofitto in un libro di questi scrittori e le aveva detto: “maledetti gli stronzi scrittori che sono venuti qui, e ci hanno investito delle loro parole di merda, che così non solo è difficile andarsene, è difficile vivere e guardarla ma pure parlarne di questa città” E lei d’accordo con lui si era messa a riflettere su come parlasse questa gente qui quando era magari sulla tazza del bagno, come era il vocabolario a tavola, nei corpi contratti nudi come vermi sui letti. Avevano continuato a riflettere sulla gente che: l’abbiamo vista la gente morire di fame, i pachistani con le rose, gli africani con i cappelli tesi, i barboni chiedere acqua frizzante, noi li abbiamo visti gli operai alle 5 del mattino, e case mezze crollate e obesità di famiglie pazze, noi l’abbiamo viste le vite vere, le solidità e i sogni strozzarsi sulle paghe basse, lo sfruttamento a 5 euro, i mesi non pagati, i licenziamenti, le madri sole e i padri che scappano e che questa città fosse bella o fosse brutta a queste vite sembrava non cambiare niente. Le loro parole non la scalfivano e così le belle parole di scrittori ricchi e senza pensieri. Ciò, quindi di loro restava poco. (la bellezza forse, pensava lei, non salverà nessuno, tantomeno me).

Ed eccoli lì ora al campo, che ciarlano, belli loro, che si guardano. Lui ha tanto da raccontarle:

ti ricordi quando quella sera che pioveva me ne sono andato? Mi rapirono i pirati, dopo due anni di prigionia, riscattata la mia schiavitù a largo della Somalia, non speravo neanche di rivedere la baia, di tornare sulle calli in cui correvamo. Lo so che non mi credi, è solo che poi mi sono perso con amici con lo zaino, da Santiago di Compostela fino ad Amsterdam tornando, ho aperto molte porte, ti cercavo ovunque, sono stato da maghi islamici, indovini di Berlino e ho ridisceso fino a Milano, dove donne dalle gambe lunghissime mi indicavano la strada per tornare qui. Ero così vicino a casa, ma riconobbi un vecchio amico e mi portò lontano, e finii sotto Roma, a fare comparsate al cinema, i miei amici si era tramutati in mille porci scadenti, per telenovela e piccole produzioni e io ero stanco, solo dopo ebbi il coraggio di ripartire. Qui. Però ora. Si ora. Ora devo ammetterlo, risalendo la penisola mi fermai a Firenze. Lì c’era una giovane ragazza che mi volle per sé. La ricca borghesia fiorentina mi apriva le porte della gioia, e dopo una vita da viaggiatore mi arresi. Mi credi che parlavo solo di te? Delle tue mani lunghe? Dei tuoi sorrisi? E di questa città umida, e della sua gente. Ora il letto è pronto?

– senti, qui le bugie valgono poco, le tue tele raffinate a me fanno schifo da tempo. Puoi permetterti di girare a sbafo e inventare storie perché sei un piccoloborghese pure tu. Io ti amo pure, sia chiaro ma stasera non sono tua. Stasera parlo con le mie parole ed è tardi, devo andare a lavorare. Chiuderò pure tardi come tutte le sere sono stanca e avrò il ciclo.

Come le vecchie che trovate per la strada con i carretti ora potete vedere una ragazza che esce di cucina che è già notte, con quell’incidere per i ponti, con quella stanchezza. Ha i capelli rossi. Si spaventa facilmente e si innamora quando può. Ha deciso tempo fa di uscire solo la notte, e di non vivere di giorno, di dire sempre si a chiunque, di non sporcarsi le mani con la vita, di tenere il karma alto a botte di comande e ubriacature . Abita a Venezia, perché così intorno, tutto è talmente bello che anche la notte quando finalmente esce riesce a sorridere un poco. Di solito le ragazze dai capelli rossi e Venezia formano connubi di rara tristezza. Di solito alle ragazze così si dedicano canzoni che le vede incinte o deluse in amore. Lei non ha delusioni cocenti da raccontare, non è incinta. Vive una strana vita fatta di molti amici gay e qualche maglietta dei Ramones. Potrebbe raccontarvi di quando ha messo su un pub e ha finito per fallire perché tutto il paese passava a bere. Lei non riusciva a non offrire da bere. Non è una ragazza triste, cerca solo di sopravvivere. Quando esce di cucina che è tardi e la stanchezza le crolla addosso, e il suo passare fra ponti e calli e bacari ancora aperti è come una lenta processione di ricordi, e le parole che ora usa sono le stesse di una volta, ma sono vere, sono sue, e i confini dei suoi passi sono scuri uguali, come accendere un fiammifero in una calle buia, quello scampolo di luce vi evita di finire in canale, ma tutto il resto è ancora buio. E tutti quanti si girano a guardarla che cammina rossa per la città, e splende che Rialto prende fuoco e i pompieri accorrono ma non riescono a spegnerla, e il tempo e i secoli che dalle chiese la guardano provano ad ingoiarla, ma è antica la sua vagina ed è un pozzo di felicità che ingoia uomini da generazioni che non riusciranno a penetrare mai lì, laggiù, che lì non riescono ad arrivare. Dove vogliono tornare per sentirsi chiudere su di loro le sue grandi labbra per morire. Ha le parole di migliaia di donne prima di lei, ha la puzza di puttane slave, di cortigiane, di vecchie donne con le mani bucate dal lavoro i calli e le spose di settemila uomini di tutte le nazioni che allevavano guerrieri e contadini e marinai. Ha la profondità di tutti i secoli delle nenie per fare addormentare i futuri capi di stato arroganti e saccenti. L’acqua dal rio dell’ultimo ponte prima della porta di casa la saluta ancora, le rende omaggio la vecchia pietra dove lascia posare il piede. Ha sospirato la città prima che entrasse nella porta. Venezia intera ha trattenuto il fiato come ogni sera. Poi si è rilassata sul letto nuda. A mezzanotte ha suonato ingoiando l’aria il campanile. Che sembra faccia l’amore quando dorme, e da lì ai suoi sogni tutti i suoi figli futuri le tengono le vesti da sposa che un giorno, uscendo finalmente di giorno dal ristorante terrà fra le dita, che nessuno saprà mai nominarla interamente. 

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