5 racconti 6

 

Dicono che mio nonno facesse trapananti. Era un tipo speciale mio nonno, non so il vostro magari pure, ma secondo me il mio era migliore. Il mio era speciale. Non perché fosse mio nonno. In realtà era il mio bisnonno. Non l’ho mai conosciuto. Però sempre si parlava dei Trapananti di nonno Dante. Ah, belli, sembrano i trapananti di nonno Dante! Era speciale perché lui era il suo misterioso mestiere e i suoi misteriosi oggetti di lavoro e il suo nome. Quella rima quasi perfetta quel turbinio di n d t: Trapananti Nonno Dante. E me lo immaginavo a cavallo di una motoretta a carburo. Si, perché era un inventore mio nonno, non so il vostro. Per farvi capire il carburo di calcio è un composto con cui, lontani dalle grandi città puzzolenti, nei dì di festa, nella provincia, producono botti artigianali. Fusti di metallo che saltano in aria grazie a carbonato di calcio e acqua. E mio nonno ci aveva fatto su un motore. Il primo motore a scoppio vero e proprio. Dicono facesse proprio BUM! E partisse. Mio nonno aveva 4 figli. Erano poverissimi. Perché mio nonno non lavorava mai. Non aveva voglia di fare nulla, i vostri sicuro lavoravano molto. Non aveva voglia di lavorare ma era un genio. Voglio vederli i vostri nonni a fare i trapananti. Era bello nonno Dante. Un dongiovanni dicono. Nonna era gelosa ma arresa alla bellezza del marito. Una volta le comari del paesino le spiarono una delle amanti: è quella lì, dissero. Alla fontana, quando la incontrò si sprecarono le puttane, infuriò la lotta: capelli tirati e schiaffi. Dicono che tornando aveva un mazzetto di capelli in mano. Nonno Dante a tavola, ignaro, li trovò nel piatto. Cosa sono? Disse. I capelli della tua bella, rispose la moglie. Nonno capì. Morì che era giovane, c’era ancora la guerra. I trapananti sono dei lampadari bellissimi di cristallo e ferro battuto. Li hanno distrutti da poco tutti, saranno stati i vostri nonni.

 
Un racconto paraculo ha la capacità di farvi ricordare in pochi minuti e citare a menadito con dovizia di particolari quelli che sono i vostri luoghi quotidiani. Se fossimo in questa Milano di inizio secolo, barocca nel suo miscelamento, basterebbe ricordare le vie, e i nomi e le università e le cose che non farete e vorreste fare. Un racconto paraculo ha la pretesa in poco tempo di racchiudere una generazione e i suoi stilemi parlandone già al passato di qualcosa che vivete qui ed ora. Un racconto paraculo vi rende nostalgici del presente, vi rende schizofrenici. Un racconto paraculo usa un enorme quantità di ripetizioni, anaforizza intere parti di brano; che i racconti paraculo hanno la capacità di mandare in loop sequenze di parole. I racconti paraculo servono per vendere prodotti. Correrete a comprare pacchi di IED e sentirete nostalgia pure per i Duran Duran se ne parlate al passato, con toni bassi, accordi minori. Pure la vostra ex isterica con le tette cadenti al passato assume un aura di nostalgico dolore. Non sente nostalgia per gli sguardi ben pettinati dei suoi amici paraculi e le foto allo specchio di donnine con le labbra tese e i loro gatti e le reflex, non sente schifo per i concerti ascoltati immobili, ha paura di scrivere pezzi autistici il mio musicista impazzito protagonista di questa breve storia paracula.
Prende un tram davanti Via Festa del Perdono fino a casa per riposare la mente dopo il lungo pomeriggio di lavoro interinale, ascolterà canzoni che parlano di bombe che cadono su paesi che non conosce, farà l’amore sotto la nebbia al magnolia vicino ai parcheggiatori ad un euro.
Vuole uccidere chiunque gli confida di essere un’artista. E sa che la bellezza o l’arte non salveranno nessuno, non salveranno il mondo, come la letteratura o un Baudelaire o una canzone non condannano o rendono migliori le persone. Il mio musicista ha trovato una vecchia formula magica e stasera piomberà il mondo in un universo fatti di zombie. Spaccherà i crani di chi vuole poi perché potrà farlo. Il mio musicista sa di essere un paraculo e non sa più come smettere. Forse deve solo tacere.

 

 

 

 

 

 

 

 

C’è una ragazza che esce di cucina che è già notte. Ha i capelli rossi e la potete riconoscere perché ha un incedere deciso. Si spaventa facilmente e si innamora quando può. Ha deciso tempo fa di uscire solo la notte, e di non vivere di giorno, di dire sempre si a chiunque, di non sporcarsi le mani con la vita, di tenere il karma alto a botte di comande e ubriacature. Abita a Venezia, perché così intorno tutto è talmente bello che anche la notte quando finalmente esce riesce a sorridere un poco. Di solito le ragazze dai capelli rossi e Venezia formano connubi di rara tristezza. Di solito alle ragazze così si dedicano canzoni che le vede incinte o deluse in amore. Lei non ha delusioni cocenti da raccontare, non è incinta. Vive una strana vita fatta di molti amici gay e qualche maglietta dei Ramones. Potrebbe raccontarvi di quando faceva l’amore con un ragazzo di Casapound. Testa rasata e pochi spiccioli, gli pagava la cena sempre. Non era male come ragazzo, un po’ fascista vi dirà. Potrebbe raccontarvi di quando ha messo su un pub e ha finito per fallire perché tutto il paese passava a bere. Lei non riusciva a non offrire da bere. Non è una ragazza triste, cerca solo di sopravvivere. Quando esce di cucina che è tardi e la stanchezza gli crolla addosso, e il suo passare fra ponti e calli e bacari ancora aperti è come una lenta processione di ricordi, e tutti quanti si girano a guardarla che cammina rossa per la città, e splende che Rialto prende fuoco i pompieri accorrono ma non riescono a spegnerla, e il tempo e i secoli che dalle chiese la guardano provano ad ingoiarla, ma è antica la sua vagina ed è un pozzo di felicità che ingoia uomini da generazioni che non riusciranno a penetrare mai lì, laggiù, che lì non riescono ad arrivare. Dove vogliono tornare per sentirsi chiudere su di loro le sue grandi labbra per morire. Ha le parole di migliaia di donne prima di lei, ha la puzza di puttane slave, di cortigiane, di vecchie donne con le mani bucate dal lavoro i calli e le spose di settemila uomini di tutte le nazioni che allevavano guerrieri e contadini e marinai. L’acqua dal rio dell’ultimo ponte prima della porta di casa la saluta ancora, le rende omaggio la vecchia pietra dove lascia posare il piede. Ha sospirato la città prima che entrasse nella porta. Venezia intera ha trattenuto il fiato come ogni sera. Poi si è rilassata sul letto nuda. Che sembra faccia l’amore quando dorme, e da lì ai suoi sogni tutti i suoi figli futuri le tengono le vesti da sposa che un giorno, uscendo finalmente di giorno dal ristorante, terrà fra le sue dita. Sposa di se stessa che nessuno riuscirà mai a baciarla, a stringerle del tutto i fianchi.

 

 
C’è un ragazzo con i capelli neri ripreso da una telecamera che stramazza al
suolo. La polizia è di là, potrebbe impedire la sua morte ma non farà nulla. Lui dice chiaramente di stare male. Ma non viene creduto. Guardatelo. Guardatelo bene. Sta morendo e non lo sa. Guardatelo dalla telecamera, l’inquadratura è quella giusta, ne vedete e ne intuite i capelli neri, il volto. In alto a sinistra a tenervi al sicuro ci sono i minuti, i secondi. che stanno scorrendo. Osservatelo con la consapevolezza che sta morendo. Continuate e continuerete lo stesso a guardare fino al momento in cui si accascia, i suoi occhi sono nei vostri e i suoi che non vedono i vostri. Non potete fare niente e non sapete che continuare a guardare lo porterà a morte certa. In fondo è come se voi lo stesse ammazzando. Se smetteste la fuori ci sarà il suo cadavere lo stesso sia ben chiaro. Lui è già morto e c’è la data in alto a destra 12/12/2010 che testimonia il tempo intercorso fra voi e il suo farsi cadavere. Lui in quel momento nel dicembre scorso non crede, spera ancora e vive. Prova a sollevarsi, chiede aiuto, si guarda intorno, guarda verso la telecamera. A questo punto voi vi commuoverete, non ce ne è ragione. Non potete fare altro che guardare. Per 10 minuti vi godrete tutta la scena e la vostra sincera commozione.. E’ una specie di lenta agonia per lui. Il ricordo, il suo ricordo, diventa per voi un sottile piacere. Vi sentite in grado di dire: mai più. Ad ogni clic sul tasto play lo riportate in vita, novelli Frankenstein, riuscite a fargli rivivere l’agonia. Provate ora a premere il tasto destro del mouse, rallentate la scena, scena per scena per scena. Lentamente fotogrammi di agonia. Cercate il momento della consapevolezza, quando quel ragazzo ha capito nel 12 dicembre del 2010 che stava morendo, alle ore 8 e 52 minuti e 23 secondi esatte. Non riesco a descrivere cosa accade in quel momento. Il tempo si arresta, perde valore, i minutini in bianco tracimano, il video esplode, lo schermo si spezza la mano del ragazzo esce dallo schermo, vi colpisce una volta e vi risucchia dentro ai suoi dieci minuti di agonia dentro al video. Ora non vedete più i numerini in alto, vedete una telecamera che si muove e destra e a sinistra, provate a spostarvi, sentite un peso nel petto. Capite in un momento che il tempo sta scorrendo, sapete che arriverà quel momento in cui morirete. Non riuscite a contarlo però senza punti di riferimento. Non avete speranze di salvezza, e la polizia lo sapete non risponde ai vostri richiami. Il peso nel petto è forte, vi sembrano come punture gelide nei polmoni. Il respiro che si spezza. Ci siamo, state diventando consapevoli, state morendo e non c’è niente che possiate fare. Neanche smettere di leggere, neanche smettere di ascoltare.

 

 

 

Vivacchiavo all’università ormai da decenni. Saltellavo fra esami dati male, altri dati peggio e sognavo riscatti con amori con le varie ancora impuberi matricole. Non frequentavo che il primo semestre ogni anno, poi mi stufavo. Non lavoravo neanche. O meglio avevo trovato lavoretti anni prima, quelli che ancora mi servivano per sostenere discussioni varie quando incontravo studenti lavoratori. Così che anche io avessi qualcosa da dire. Avevo cominciato per caso in effetti, e l’iscrizione a Lettere era quasi obbligatoria con i miei genitori insegnanti. Credevo di essere portato in qualche modo. Fatto sta che mi trovavo quadriennalista al giro di boa della riforma, sbocconcellavo così pezzi di esami da 6 crediti con i miei vecchi esamoni. Questo mi fece perdere ancora più tempo. Con voi non ho molte giustificazioni. Non è che odiassi le responsabilità, amavo solo quelle che mi permettevano di darmi un’aria matura, quelle con cui potevo affrontare discussioni sulla maturità. Piperù per pigrizia che per complessi sociali o cause sociologiche. Fu così che mi trovai una mattina invecchiato. Capelli bianchi. Non mi preoccupai, soltanto il problema era che non facevano che aumentare. Vedevo comparire rughe che non avevo usato, sentivo odori di cibi in bocca, carie sui denti di cose che non mangiavo. Caddero i primi capelli, aumentò la pancia, qualunque sforzo facessi. Le mie mani impararono a riparare oggetti che non sapevo quasi da sole. Impararono un mestiere per me. Avevo reazioni allergiche con i vecchi pantaloni corti che usavo indossare, le magliette dei gruppi punk mi facevano venire bolle enormi. Poi la schiena cominciò a far male, cosa che mi impedì di dare diversi esami. Ero ormai pelato, indossavo giacca e cravatta, barba incolta, non bevevo più birra ma vino rosso, eppure ancora andavo all’università. Il giorno della laurea, all’alba dei miei 30 anni, non riuscivo ad alzarmi. Ero bloccato a letto. Almeno avevo molte cose di cui parlare.

 

 

 

 

 

 

 

 
Allora io lavoro per equitalia. Lo so lo so, se non mi odiate ridete di me. M,a abbiate pazienza di ascoltarmi per una volta. Non vi chiederò soldi ma solo tempo. Avevo fatto benissimo i miei conti. Ho un mutuo per il mio appartamento in Bande Nere. Pagato pure troppo secondo me per metro quadro. A mia moglie andava bene, e pure a me. Sono molto severi nel mio lavoro, con accuratezza faccio quadrare i conti. Sono uno dei migliori posso dirlo? Lo dico, sono uno dei migliori. Che i miei colleghi ci pensano troppo a far pagare. Io faccio la tabella, scrivo le cifre, taaac, conto e invio per posta il conto finale. Non mi sfugge un centesimo. Ieri mi arriva una cartella di Equitalia. Una vecchia bolletta del vecchio appartamento. Qualche aggiustamento e la multa e sono diventate 806 e 14 cent da pagare. Non ne ho. Vi ho detto che sono bravo no? Bene. Sono sul filo della promozione. La promozione mi darebbe quell’aumento di stipendio necessario per pagare il debito. Eh si che a casa abbiamo un bilancio contato, mutuo, spesa vestiti, scuola dei figli. Taaac, preciso al centesimo. E se pago la bolletta mi sfora il conto, il debito salta i conti saltano non ci sono i soldi. Fallisco. Basterebbe aspettare la promozione. Solo che se non pago non avrò la promozione. Avete mai visto un riscossore che non paga? E se pago mi salta tutto, non pago il mutuo entro nella lista dei cattivi pagatori. Faccio i conti da giorni, precisi al centesimo, non tornano mai. Provo a tagliare, ma più di tanto non posso. Rubare? La galera ha un costo. Mia moglie da sola non pagherebbe più nulla. Allora un prestito ci siamo detti… Niente da fare, tassi troppo alti, il mese dopo non basterebbe la promozione. Strozzini non se ne parla. Ai colleghi non chiedo soldi. Sono due settimane che mi chiudo in studio a fare conti. Fine mese si avvicina. Mi toglieranno tutto moglie figli macchina vestiti casa al mare. Li ho messi in tabella e li ho contati pure loro. Preciso al centesimo in ordine di valore. I conti non torneranno mai più. Non mi posso uccidere, costa la bara, costa il funerale, non posso darmi all’alcool, costa pure quello. Non mi resta che contare i minuti che mancano alla fine. Preciso al secondo: taaac.


 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

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