Assisi Resiste

Oggi è il 25 Aprile e non credo sia sfuggito a nessuno. Un po’ per la festa, un po’ perché tutto ce l’ha ricordato. Il 25 Aprile non è solo la liberazione dal Nazifascismo. E’ anche il pranzo della Parte de Sopra, di solito a Piazza Nova, a Montecavallo, (tipo qui http://www.panoramio.com/photo/11581431, basta che girate a destra alla prima dopo le sedie, bianche. non ve potete sbaglià). Punteggiare il cammino di idee del 25 Aprile per me è anche fare quella strada, e sentire l’odore del vino e vedere la gente che festeggia, una comunità unita alle porte di primavera e della festa. Vedete Assisi è una città bellissima, ed è molto banale e facile dirlo. Vedete Assisi ha ben poco di sacro nella mia testa. Che so, forse ha una sua spiritualità che io leggo invece terrena e scavata nelle parole nei modi e nelle bestemmie dei suoi abitanti.Ma vedete, cercate di capire, ad Assisi si trovano sempre bene tutti sti santoni, spirituali, spiritualizzati vari, vanno sulle colline e intorno alla città fondano comunità per la loro personalissima resistenza al tempo moderno o alla loro vita passata. Poi qualcuno ci mangia sulle teste di questi sventurati. Assisi sta lì ed è diventato un simbolo per “chi viene da fuori”. Gli Assisani invece Resistono, e vivono ancora e lottano contro frati e suore che ricchissimi comprano e divorano non solo case e palazzine e zone della città ma più di tutto l’identità, la nostra identità. Il poverello lì, San Francesco, è diventato un nemico, una sorta di simbolo buono per tutte le stagioni; la città della pace è incazzata nera con tutta l’orda di gente che entra piscia e se ne va’. San Francesco piaceva al Papa che tutti credono santo ma che era peggio dell’attuale (che non resisteva tanto neanche in Polonia ed era amico con Pinochet, e alle madri di Plaza de Majo che resistevano e resistono lui non dava molto peso quando gli dicevano che i suoi santi facevano schifo), piaceva ai Fascisti, ai governi Dc ai Ds, a Kissinger (che la Resistenza Vietnamita ha ben mazzulato), ai marcianti della Pace ai reali di spagna e all’islam e al buddismo. E noi intanto Resistiamo lassù contro un’identità che non era nostra, che ha reso Assisi conosciuta nel mondo, ma che non ha reso più felici i suoi abitanti. Gente spiacevole, poco incline ai rapporti umani, scontrosa di natura, che non ama i forestieri, gli Assisani. Gli altri sono fuori le mura. Pure io che ci sono nato, dopo tempo che non torno, con qualche eccezione, il più delle volte vengo ignorato, come se mai avessi abitato lì. Ma non è una cosa brutta, credo sia giusto così. Siamo gente che Resiste al tempo e alla marea montante di persone che vanno vengono e restano poco. Ci si saluta poco fra di noi, vedete, se incontrate qualcuno per la strada il più delle volte basterà un lieve leggero movimento di testa per salutarlo. Si Resiste anche alla nostra ignoranza. Facciamo una festa a Maggio che è solo nostra. E’ la nostra personale resistenza a San Francesco, all’Assisi dei turisti, dei coccetti. E’ la nostra comunità che vuole festeggiare se stessa. Esaltarsi. E dividersi in due Parti è tipico di chi Resiste. E il pranzo del 25 Aprile che è parte delle cerimonie non scritte di Kalendimaggio è una gioia più di altre forse, perché di solito non c’è tantissima gente, c’è la comunità più stretta, alcuni che vanno e che torneranno dopo (forse), tutta lì in una via o poco più, tutta lì a ridere e bere e mangiare e bere e ridere. A Resistere allo scollamento, alla polvere, alla modernità che trascina tutto in pianura, alla noia della provincia. Fare Kalendimaggio è cosa nostra, che voi non potrete mai capire perché non Resistete. Voi abitate in pianura. Cosa ne sapete voi? Dalle città lontane non salite mai sui monti a resistere. Con questo non voglio dire che è impossibile entrare, anzi. Vedete ho visto poche volte la capacità di accettare il diverso, lo straniero, che ha avuto Assisi. Ci vuole solo tempo. E’ una questione di abitudine. Per gente che si conosce tutta è facile vedere la faccia diversa, che non si conosce. Di chi fjo s’è? Che je dicono a babbo tuo? E’ la domanda che vi potranno porre vecchine che hanno rughe che sanno di vie e cucine, che hanno alberi genealogici nelle teste, che ricostruiranno la vostra semenza fra negozi chiusi, case ormai sfitte, soprannomi che dicono tutto di una persona che mai conoscerete. Non lo fanno per escludervi, lo fanno perché hanno bisogno della parola d’ordine esatta per poter accogliervi fra le loro memorie, mettervi nel posto che vi spetta nell’intricata storia di una comunità. Il 25 Aprile ha questo sapore di una città comunale che è tutt’una, che è un’Italia che non è affatto morta checchenedicano i vari amanti del passato, i nostalgici non amano la primavera nostra. Sopravvive da secoli a se stessa, Resiste. Comunità che è viva, conflittuale, litigiosa, disarmonica, ma felice ubriaca e pronta a festeggiarsi a vedersi sfilare in piazza. E’ la Primavera e si sfiorano i secoli tutti in una rinascita e in una bocca che sa di vino, di quello schifoso:  e il presente è più vivo che mai. Ma questo è solo un pezzo del mio 25 Aprile ed è il meno amaro. Poi c’è la mia generazione: e quella sta “come partigiani sopra i monti ma  i nostri fucili son casse di moretti”.

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