Elogio dell’odio, di Pecorella, del carabiniere e dell’estremismo

Diciamolo senza peli sulla lingua, l’odio è una cosa buona. L’intolleranza è una cosa buona. La tolleranza è sempre falsa. L’amore è sempre esclusione di qualcuno che non si vuole amare, il terzo che rimane fregato. Il dialogo è fonte di conflitti. Il linguaggio è quello che ci fa violenti verso noi stessi e gli altri, che ci aliena da noi stessi e dagli altri.

Allora,  uno si è ucciso in carcere ma non era proprio un santo. Na’ schifezza d’uomo e di storia che si porta dietro pure un poco di retorica marxista sullo sfruttamento dei poveri: “un’organizzazione dedita alla pedofilia e allo sfruttamento della prostituzione minorile. I ragazzini, dagli 8 ai 14 anni, venivano reclutati nei campi rom di Roma o nelle squadre di calcio giovanili. Almeno 200 le vittime accertate durante l’inchiesta. Si trattava di bambini poverissimi, che venivano adescati e ‘compratì con pochi soldi: una paio di scarpe firmate, un telefonino, un ricarica, un panino da McDonald’s. In alcuni casi erano i loro stessi genitori a ‘venderlì per un televisore, un frigorifero, un pò di soldi. Gli ‘orchì erano quasi tutti insospettabili: allenatori di squadre di calcio, commercianti, imprenditori, rappresentanti della Roma-bene”.

E questo come fai a non odiarlo? Come fai a provare pena? In realtà è semplice, basta non amarlo.  L’odio è un sentimento buono e giusto, è un carburante nobile dicevamo. Se l’amore è sempre egoista, l’odio spesso è universale.  Non vedo perché non si possa intimamente odiare costui e dispiacersi allo stesso tempo della sua morte come fallimento dell’istituto carcerario.I due sentimenti non sono contrastanti. Ho in odio uno che vende i bambini, ho in interesse che le carceri siano un posto dove la gente debba e possa pagare la pena aggiuntiva al proprio senso di colpa. Ho in odio quello che ha fatto e lo odio come essere umano. Ed è proprio per quell’odio che non vorrei morisse (non tanto perché la morte è una pena troppo lieve o questa roba da pazzi leghisti. I padani hanno il difetto di amare troppo loro stessi e le villette con i muri bassi), quanto perché questo odio mi spinge a riflettere sulla sua condizione di umanità, sul suo essere umano come me: sono capace io di tutto questo odio indiscriminato? sono fragile, sono fragile anche io. L’odio non ti esalta. L’amore si, l’amore ti fa credere di avere un culo migliore di lui e ad esclamare un triste ed inutile: poverino. Lo sappiamo come funziona:  “che per le cazzate tipo amore e fame in India c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna, che poi ti chiedi, coma fa ad essere così carogna?“. Perché l’amore è una cosa pericolosa, che nella storia si è sempre ucciso per amore mai per odio. Il fardello dell’uomo bianco cosa era? Amore per quei poveri barbari. Lo stalinismo cos’era? Amore per il popolo. Il nazismo stesso era amore. Come ricorda Zizek: “Siamo nella Francia occupata dai Tedeschi, un alto ufficiale della Gestapo sta spiegando alla sua amante la verità profonda del nazismo, le dice che i nazisti sono spinti a un brutale interventismo dall’intima visione di una bontà inesprimibile. Non ci viene mai rivelato in realtà in che cosa consistano esattamente questa verità e questa bontà intrinseche. È importante invece il gesto puramente formale di affermare che le cose non stanno come sembrano (terrore e brutalità dell’occupazione), che la loro verità etica intrinseca le redime”. Si fa sempre per amore del male, perché l’amore per l’umanità ci spinge ad essere violenti contro chi non rientra nella nostra idea di umanità.

L’Altro mi spaventa, mi fa così schifo, mi fa paura, e con quella punta d’odio mi vedo e mi faccio schifo pure io. E allora quando penso a Saviano che dice che il riformismo sarebbe da elogiare perché tollerante e realista, a me viene paura. Tutto questo amore riformista di chi aiuta il popolo qui e ora mi fa un pochino impressione. Al di là dei luoghi comuni che infila uno dopo l’altro, (che l’avessero scritte sul Giornale voglio vedere quanti ridevano), quello che più mi fa inorridire è questo amore. è questo disprezzo per l’odio. Tant’è che Gramsci viene messo in croce perché: definiva un avversario, non importa quale: “La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato”. E questo mascalzone pieno d’odio:  Invitava i suoi lettori a ricorrere alle parolacce e all’insulto personale contro gli avversari che si lamentavano delle offese ricevute: “Per noi chiamare uno porco se è un porco, non è volgarità, è proprietà di linguaggio”. Che per Saviano evidentemente un porco non deve essere chiamato porco ma bensì, non so, forse poverino. Arrivò persino a tessere l’elogio del “cazzotto in faccia” contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un “programma politico” e non un episodio isolato. Certo dice lui:   il pensiero di Gramsci non può essere confinato in questo tratto violento, e però è quello che propone e fa in pratica il nostro Saviano preferito, con ironia quasi lo confina nella sua maglia interpretativa. Così che con due parole tutto l’amore finisce per infangare il povero Gramsci.

E la tolleranza non è la stessa cosa malata? La tolleranza non fa paura e schifo solo perché è sempre intollerante a suo modo: tollera non accetta, si può benissimo accettare il tollerante socialista più difficile tollerare Gramsci.Bella forza Turati a confrontarsi con i liberali cui offriva soluzioni al conflitto che avrebbe messo in difficoltà il padronato di inizio ‘900 .Turati il tollerante non tollerava però allo stesso modo gli estremisti, e il suo linguaggio è a conti fatti più violento di quello sincero di Gramsci. Quest’ultimo non rivendica purezze particolari, non dice SIAMO I MIGLIORI come fanno Saviano e Turati. Ha bella forza ad invocare il realismo, e non l’utopia massimalista (che sia utopia o no non ci riguarda ora) quando finisce per invocare un utopia tutta sua con un calembour di contraddizioni e odio feroce: Le certezze assolute fiaccano anche le intelligenze più acute: la pedagogia della tolleranza è il primo passo per la costruzione di una società migliore. Quel pedagogico è ripugnante. E pieno di quell’amore pernicioso e stomacoso. Il pedagogismo, malattia della Rivoluzione Francese, è sempre un atto di amore e perciò visceralmente violento. No, la tolleranza è ancora più spaventosa perché in fondo l’unico cosa che vuole è la pace, è la morte stessa: l’idea di Kierkegaard, cioè che l’unico prossimo buono è quello morto [?]. Un prossimo morto – cioè il suo cadavere – è il partner sessuale perfetto della persona “tollerante” che non vuole essere molesta e non vuole essere molestata: non si può per definizione dar fastidio a un cadavere; allo stesso tempo, un corpo morto non gode, e quindi non c’è neppure il fastidio (nostro) che il nostro partner goda troppo. La tolleranza ha in odio il prossimo nella sua realtà vera, non si può proprio parlare di realismo. La realtà del prossimo è la sua insondabilità, il suo essere Altro. Possiamo tollerare solo il neutro. Colui che non ci spaventa. Colui che ama sempre e non odia mai.

E allora Pecorella ha fatto bene ad odiare il carabiniere. Non l’ha fatto per amore della sua gente o della causa o per amore e fedeltà allo stato, e infatti si è risolto in sguardi e parole: quella scarica d’odio li ha avvicinati. Racconta Pecorella che alla fine si guardavano e si erano in fondo capiti e se ne è andato dicendo: ti voglio bene. Che si è visto pieno d’odio, ha visto il ragazzo pieno d’odio di fronte a lui e si sono guardati come estranei e come esseri umani, nella loro comune finitezza, si sono compresi. Si sono guardati. Chiaramente poi il paese si è schierato per amore con il carabiniere.  C’è il bene di qui, e c’è il male di là ha detto il paese. Ed è in fondo ancora odioso amore questo: noi amiamo il bene (che poi era bella violenta la non violenza e non amava nessuno anzi tendeva proprio a sopraffare d’odio, ma questa è un’altra storia) e il Pecorella è il male. Perché ama il paese, se non amasse vedrebbe la confusione, il contrasto fra odiare ed amare.  All’inizio si odia sempre lo dice anche il poeta: Odi et Amo, ed è quando si ama davvero.

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