Mercoledì delle Ceneri

Belfast. Uscire la mattina, nell’aria umida di Febbraio. Un colpo, due colpi nei passi fra le macchine, un passo due passi. Uno avanti, uno indietro. Di colpo incontrare una ragazza con una croce sulla fronte. Come fosse un “Occhio del Purgatorio” lì a dimostrarti che sei già carne putrefatta. Ma come  in quel romanzo di fantascienza, non c’è solo Baudelaire (-E tu? Anche tu un giorno sarai quel letamaio, / quella peste orrenda, / stella dei miei occhi, sole della mia natura, / tu, mio angelo e mia passione! /Sì, anche tu sarai così, regina delle grazie, / dopo gli estremi sacramenti). Non è solo a dire ciò che io sono tu sarai. Perché lei è lì, la bagna la stessa pioggia che bagna me e la rom che chiede l’elemosina. Danza anche lei con me. Ma lei vede oltre il supermercato e la puzza sostenuta di Junk-food. Il suo sguardo indaga oltre, negli anfratti. Come quando voi provate ad immaginarvi il futuro: e vi immaginate il lavoro e i bambini e la casa e la mobilia e la morte di qualche nemico. Quella croce è un occhio che prova ad immaginare un futuro che non esiste ed è tutto qui nel presente. Come quando non riuscite ad immaginarlo, ad accettarlo un futuro, perché il periodo non è dei migliori, perché lavoro non si trova e la disperazione vi attacca al presente, vi incolla il sedere all’adesso delle vostre aspettative e il futuro scompare. Ecco quella croce di cenere parla di oggi non parla della vostra morte. E vi mostra quali siete oggi, non in un futuro prossimo venturo già carne putrefatta, ma oggi. Ma oggi è il Mercoledì delle Ceneri, ed è questo che dovreste fare accettare il vostro presente è già senza futuro qui sulla terra. E’ un simbolo gettato in faccia. Intanto quindi questo 22 Febbraio 2012 è Ash Wednesday qui a Belfast, Mercoledì delle Ceneri in Italia. Ed è questo il rito, durante la messa al mattino, il prete vi mette in contatto con il vostro corpo. Quella cenere è la porta che vi apre al corpo, e ve lo fa apparire quello che è: atomi di cenere. Mercoledì delle Ceneri non è la paura del futuro che arriverà, la vanità di tutte le cose che comprate o vorreste acquistare. Come quando Antonio giocava a scacchi con la morte, sapete c’è gusto a sfidarla, perché c’è la possibilità di fregarla, perché se c’è un futuro, magari, si può sempre vincere e batterla, e batterla significa avere più tempo da passare qui, più tempo con la moglie i figli, più con tempo con il sole, l’erba e quel formaggio buono che ci hanno regalato, e il vino a tavola e le domeniche ubriachi e far l’amore , che quella pelle è fresca ora, e che magnifico seno ha il presente! E c’è anche tempo di farsi domande, di trovare una ragione per crepare. (Che tutto il film di Bergman è lui che cerca una ragione per crepare in fondo).  Oh ma quel formaggio ve lo immaginate se fosse solo vermi?

Ma Antonio è un ragazzo moderno, iscritto al Pd, iscritto a twitter, che guarda le serie tv americane e appoggia l’abolizione dell’articolo 18. E lui è giovane. E il tempo è davanti a lui e qualcosa è anche dietro. Ma il Mercoledì delle Ceneri lui dovrebbe capire che è  cenere, qui ed ora. Antonio perde la partita a scacchi? Si. La morte è un passo davanti a lui. Perché semplicemente Antonio si fa ingannare dall’agenda, dalla timeline di Facebook. Non c’è progressione. Non c’è avanzamento di tempo. Non il Mercoledì delle Ceneri almeno. E il panino unto che mangi è già decomposto, il vino è già piscio ora. Qui. E’ questo tempo che ti ha fregato ancora prima di iniziare.

Esattamente la croce starebbe per la comunità anche secondo Il Concilio Vaticano II, non solo è il tuo peccato singolo, piccolo fornicatore violento già con un piede nella bocca di Lucifero, ma è un richiamo collettivo. Per questo i prete (almeno in Italia) può anche dire: Convertivi e Credete nel Vangelo. E’ così fra Carnevale e Quaresima, ricordati che in fondo la vita fa schifo.

Ash Wednesday a quanto dico il mio amico informatore è qualcosa che fanno solo i cattolici. Lui la trova strana:  perché è un simbolo. E Dio non c’ha detto di glorificarlo con i segni, ma con la fede. Lui è chiaramente protestante. Qui quella croce non è solo quindi il segno della tua morte, ma della identità. “Io sono una ragazza Cattolica!” mi urla con quello sguardo, e combatto nello spazio la mia identità. (E i simboli che non hanno Mercato, non sono ben accetti nella società Occidentale, non piacciono). In quello spazio che loro si guadagnano quando arrivo in biblioteca e tutti i volti si levano d’improvviso verso di me. (E tante fronti sono segnate). In quello spazio pubblico la sua è una vittoria. Una strategia che fa fuori ogni mia difesa moderna. Il suo corpo non è il mio, è cenere che appartiene a qualcuno lassù, il suo corpo è il conflitto stesso. E’ l’Irlanda libera e Cattolica. E’ il corpo pieno di vermi. E vive qui e nel passato e nel futuro e in queste presente invecchiato. E la sua gonna corta, e le cosce al vento (tutte le ragazze vestono con calze e calzoni stretti in Uk che sembrano mignotte), è come un pugno in gola con quella croce. Eppure la portano con eleganza.

autore Alec Soth

E vi immaginate in una mattina di Febbraio, un figlio della modernità che si scontra con la morte?  La modernità rifiuta la morte, da sempre madre del dolore, perché è imperfezione. La morte quella  moderna è in solitudine. Così come il diritto a crepare è un diritto individuale. E’ una morte pulita, gestita, catalogata, è una morte che non deve turbare. Non ha ritualità. Non ha un dolore condiviso. Della morte non si parla. Dei morti si. Ma se ne parla come si parla dei Santi. I morti sono buoni (così che diventino cartoline senza turbare nessuno).  In un tempo Isterico, il presente e il passato sono un tutt’uno che torna senza mai che nulla che cambi, e la morte non ha mica posti da svolgere, che la morte è cambiamento. Ma qui è sempre tutto uguale.

 

E vi immaginate che un giorno qualunque un figlio della modernità debba scontrarsi con la disperazione di tutto questo? Stavolta faccio mie le parole di un prete: “La croce non porta alla disperazione: se mai, a farci disperati è il rifiuto della croce. Questo giorno è dentro una strada, è il primo passo di una strada, ed è all’interno della strada che acquista il suo senso. La cenere non è l’ultima parola sulla vita dell’uomo, bensì la prima parola, la prima constatazione dell’uomo adulto, dell’uomo che desidera crescere. Non è perciò il giorno della desolazione, ma l’inizio della vittoria, come nello sport, dove la premessa   del trionfo è il rispetto dell’avversario. La cenere di cui siamo fatti non è l’ultima parola sulla nostra vita, bensì una cosa da rispettare. Il cammino quaresimale è il cammino della vittoria umana sulla tentazione a fare della morte il senso ultimo delle cose. Noi non siamo fatti per la morte, mai, nemmeno in punto di morte”. E’ chiaro: per lui quello che c’è di là è il mondo dopo la morte, per me è solo l’umana catena sociale. Il cammino, la croce, le scelte sono tutti tentativi per capire, gestire, aiutarci nel dolore. Significanti. Come la serie dei numeri.

Unica è la morte, niente e niente di più.

 

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